IL FIAMMIFERO (Dènaurement)

Il trattino all’orizzonte s’avanza,
divora acqua e sbuffi d’aria
(certo, metaforizzare il nero a sfondo di doppioblu è banale,
ma null’altro assume senso sotto il sole e nelle certezze conquistate).
Tra i capelli il vento s’intrattiene volentieri, amico senza pretese di durata,
e mi coglie nell’interrogazione muta
sul significato dell’ombra che acquista strada verso l’isola.
E scopro, privo di stupore e dolore,
che nessuna emozione si genera al suo cospetto.

Quasi che il vallo sulla rena valga barriera di non ritorno.
Nave o sogno
melodia di Sirena o ponte instabile
sulle certezze d’un ieri nebbioso e cupo,
mi sorprende comunque con le mani intente a tutt’altro.
E non mi riesce di soffrire per questa
vacuità di gioia,
alcun sussulto m’incanta il cuore,
quasi che la mano del ritorno sia
poker di demonio,
pioggia acida che torna a minacciare
il cospetto del perimetro di sereno.

Ho preparato, dal tempo d’altra vita, la catasta di rami e sterpi,
attende l’incendio dalle mie mani
per mutarsi in segnale al mondo
del mio esistere, qui, solo,
e brillare nell’estinguersi dei miei giorni d’isola.

Ma mentre il trattino si muta in chiglia
mi soffermo, perplesso, ad immaginare il ritorno all’affanno usuale
(abbracci di marinai e meretrici a festeggiare, in orgia,
il ritrovamento del disperso, oh qual piacere di tabloid),
e nuvole s’affollano a velare le sicurezze trasmutate.

Volgo le spalle al mare e m’interrogo
senza parole né silenzi
quale futuro mi sia
da accogliere.
L’isola, Robin, t’ha sedotto mutato e posseduto,
e con lei il riallinearsi della pietra d’angolo.
Non possiedi risposta, ma
sabbia, palme, sogni di bellezza
e casa malcerta (ma tua)
sorridono.
Negarmi alla nave dei folli
che mi pretende, cieca e vana albagìa,
per eutanasizzarmi di falso amore
m’è passo immane e lieve.

Il fiammifero scorre fra le dita
mare e sabbia la sua deriva,
il fuoco s’accende dentro me solo.

IL COMPENDIO DEL VIAGGIO (Ultimo interlinea)

L’isola, l’isola,
allo scuro assale,
amarcord strozzato sputato al suolo,
terra che l’assorbe e vomita oltre la linea d’orizzonte,
ore di buio a richiamare dall’inferno
il fluttuare di dubbi e fantasmi.
Spasmo di intera vita,
atroce in apparenza,
eppure il cuore non ne arde
si fa spettatore graziosamente attento,
si degna d’ascolto formalmente cortese,
applaude in punta di dita e va via.

La notte cela le opere
ma lima e sborda vanità e progetti.
So che domani è luce, dopo l’amplesso
con il confine di morte.

E m’addormento, pacificato come bimbo
dopo i giochi consueti,
la brezza dal mare annuncia l’alba,
forse l’ultima qui,
e m’avvedo con irrisorio stupore
che l’opera è compiuta,
la casa eretta,
il suolo lavorato e fecondato
ed attorno
ridono gli alberi, gli uccelli,
le diagonali di luce pazza e viva,
i veli di translucido violati e vinti.

Le lacrime, Robinson, costano quanto il desiderio di viaggio
e lo compendiano
se di sollievo.

FREMITO D’ORGASMO (Atto terzo – quadro quarto)

Quando alla notte abbisognano
solo spiccioli di volontà
per respirare la propria metà di aria ed universo,
fermo mani e cuore e m’accoccolo
in ascolto contemploso
della pace sussurrata dal mare.
M’avvedo – quasi fosse deflorazione di prima volta –
delle radici fameliche
che i fusti affondano nella terra,
penetrazione senza remissione
come natura impone.
Fremo, in sincrono col loro vibrare,
al ricordo di gonne e curve invitanti
che s’offrono (anche ora, m’immagino)
su marciapiedi lungomari popolari.
Questo mio mondo nuovo non è
(né lo si deve ipotizzare)
asessuato, ma sublima,
nel procedere e sulle righe di sudore,
voglie ed intensità.
Robin, ora che tutto il buio s’è appoggiato all’isola
e la quiete fonda t’ha posseduto,
stenditi al suolo, aderiscivi,
e fingi, senza vergogna, che sia
accoglienza di sesso,
donna che freme gridando nell’orgasmo.
E godine, al modo delle radici.

L’ORA DI AFOSA FRESCURA (Atto terzo – quadro terzo)

M’assilla (in parte) la mancanza di verticalità,
l’onda delle gonne sulle scale del metrò,
la linea del letto nei mattini
ora che mi stendo, anche in questo meriggio di afosa frescura,
sullo sbalzo della sabbia in limite al bosco.
E contemplo il mare,
l’abbozzo di casa sul fondale di palme,
lo smosso della terra vangata di fresco,
e tutto ciò che dopo l’uragano mi narra traiettoria inedita.

Ora di riposo, quieta, avulsa dal rimpianto.

Robinson, è fatuo interrompere, frangendola,
l’evoluzione del corpo e dell’anima.
Scolora la calura, e di nuovo è tempo
d’operare in coccolata solitudine.

A META’ DEL GIORNO (Atto terzo – quadro secondo)

Fa male il mare
ad incorallirsi di bianco
sull’orlo della metà giorno.
S’è specchio di navigazioni d’anima,
abbia il coraggio di spendersi, cangiante,
in sincrono col battito della vita.
Ed ora che riposo del lavoro nuovo
ch’edifica casa, terra e speranza,
mi volgo a lui, increspato di brillio,
e rido.
Mi pulsa l’infinito nelle vene
e necessita, per esplorarsi, di ritmo da apprendere
in gradi di pazienza.
Senza volare, cammino sulla rena
e quel che stamani ho creato
mi sorride.
Robin, applaudi al creato
che scherza la tua anima
e se ne gode
lungo il tracciato del giorno.