L’ORA DI AFOSA FRESCURA (Atto terzo – quadro terzo)

M’assilla (in parte) la mancanza di verticalità,
l’onda delle gonne sulle scale del metrò,
la linea del letto nei mattini
ora che mi stendo, anche in questo meriggio di afosa frescura,
sullo sbalzo della sabbia in limite al bosco.
E contemplo il mare,
l’abbozzo di casa sul fondale di palme,
lo smosso della terra vangata di fresco,
e tutto ciò che dopo l’uragano mi narra traiettoria inedita.

Ora di riposo, quieta, avulsa dal rimpianto.

Robinson, è fatuo interrompere, frangendola,
l’evoluzione del corpo e dell’anima.
Scolora la calura, e di nuovo è tempo
d’operare in coccolata solitudine.

A META’ DEL GIORNO (Atto terzo – quadro secondo)

Fa male il mare
ad incorallirsi di bianco
sull’orlo della metà giorno.
S’è specchio di navigazioni d’anima,
abbia il coraggio di spendersi, cangiante,
in sincrono col battito della vita.
Ed ora che riposo del lavoro nuovo
ch’edifica casa, terra e speranza,
mi volgo a lui, increspato di brillio,
e rido.
Mi pulsa l’infinito nelle vene
e necessita, per esplorarsi, di ritmo da apprendere
in gradi di pazienza.
Senza volare, cammino sulla rena
e quel che stamani ho creato
mi sorride.
Robin, applaudi al creato
che scherza la tua anima
e se ne gode
lungo il tracciato del giorno.

DIVENTARE DI VETRO (Atto terzo – quadro primo)

La luce s’impossessa
dell’aria,
due termini impalpabilmente inesistenti,
posti in vetta e fondo
alla vita.
E terzo s’aggiunge il tempo,
materia scordata in altra dimensione,
vanamente beffarda, inutile all’epilogo.

(Annuso la pioggia che verrà
al modo della quiete degli animali accucciati sotto le palme.
Ma confondo, m’avvedo,
il ciclo della pioggia è ormai trascorso, e
rido al sole che traversa il mio
principiare in nuovo).

La mia nuova casa s’edifica
sulle mani nude e con esse,
e ne rido, ora,
scevro dal veleno del dovere,
mentre il sole corre rapido al suo apice
e irraggia
il mio camminare in bordo
a bosco e sogni.
Fabbrico il futuro, nell’isola,
ed è la sensazione
calda e nuova
del diventare di vetro, trasparente e felice d’esserlo.

Robin, scalda le mani,
il legno all’apparenza del tatto
e mentre lavori per inventare riparo
rinasci d’anima.

LA NUOVA ISOLA (Interludio n. 2)

Gli occhi si colmano di vento,
vento e sole soffiato fin qui
da orizzonti indefiniti.
La luna completa il suo corso
notturno si dice per convenzione,
ma anche nel sole il suo pallore
si distingue e suona.
Con lei, s’è strascinata ondate di mare,
il moto del pendolo quotidiano
asciuga e sommerge le sabbie di confine,
e nulla s’interpone alla danza ritmica e benedetta.
Sciacquo anima e piedi nelle
residue
pozze di bassa marea d’oggi,
bordeggio i resti di conchiglie
spine di pesce putrido
figure pallide sperse tra la rena ed i sogni.
Il colore dell’alba si posa come vapore
sul grigio
e ne rivela l’anima.
Il vento soffia via le paure,
l’acqua risale il suo regno
(solo per poco usurpato dalla bassa marea lunare)
e lava spazio e tempo,
a donarmeli nuovi.
L’isola, Robin, cessa la veste
di prigione, e s’accoccola
ai tuoi piedi
come serva in casa nuova.

IL PRIMO PASSO (NOVITA’?) (Atto secondo – quadro quarto ed ultimo)

Una foglia
(verde o vizza che sia, non ha importanza alcuna)
può scorrere sul filo della corrente
(rivo, stagno od oceano, neppure questo deve importarti)
oppure imbeversi d’essa e
annaspando in agonia
sommergersi al fondo.
In questa ipotesi d’aurora
mentre il primo cicaleccio cola dai rami,
mi sorrido
e scopro d’esser velo di pellicola
sulla superficie piana dell’acqua.
Immoto, languido, rinnovato.
La grandine ha franto orizzonti e argini,
occhi speranze e passato,
e non avverto più dolore o angoscia
singultante.
Quasi al modo di main street
(vuota in tempo antelucano),
in bilico perenne tra la gente della notte
ed il popolo rassegnato del mattino,
m’induco ad ipotizzare
un passo.
Bimbo che scopre la luce nuova.
La chiazza verde vola sopra di me,
mi s’accoccola sulla spalla,
per compagna del cammino
anch’essa è benvenuta.
Povertà ricca di ogni bene,
Robin, ora principi a far vibrare l’anima.
Nel sorriso.