Estratto da “Chiamami Johnny” – Cap. 3

“La luce, la luce, la vedi mentre rimbalza qui attorno a noi? Mentre sceglie con cura ogni spicchio di vetro, muro, telaio, tavolino (ah che bella la luce mentre scivola sul tek e se ne fa assorbire, quasi possedere), cuscino, tutto nei colori che scorrono e cangiano ad ogni attimo che passa?”. “Sì che la vedo la luce, anzi, la sento la luce, anzi ora la voglio, la luce, la luce…” si associò lei al volo, sottovoce, socchiudendo le palpebre, e l’arcobaleno sventagliato dall’intelaiatura più vicina le accarezzò in brillio la fessura tra le ciglia, e si posò sulla retina, felicità imprevista ed intensa, stupore di un solo attimo, eterno. “La luce ritma la scansione del tempo, la luce gioca, la luce si arrampica, discende, agita e rassicura l’anima, incide il tempo e lo scandisce e noi poi ricordiamo più la luce che rimbalza sul mare al tramonto o all’alba che non il segno delle lancette, che ora fosse mentre abbiamo baciato qualcuno di importante sulla sabbia, comprendi ragazza?”. Sì che comprendo, avrebbe voluto gridare, ma le lacrime presero il posto delle parole, avvertì intenso il suono della parola correre nell’aria, rimbalzare felice e tintinnare tra muri e vetri, annuì la sua risposta in emotiva libertà silenziosa; si lasciò scivolare a terra senza far nulla per impedirlo, rise leggera, sdraiata sulla moquette sotto il lenzuolo di luce (ah, ancora questa parola, che non ha più senso, e forse non ne ha mai avuto, se non qui ed ora….). Lui si voltò, le sorrise, allungò e le offrì una mano che lei fece aderire alla propria senza sforzo né retropensiero, e si spostò, quasi scivolando, lungo un minuscolo tratto di spazio e tempo infiniti, appoggiò la schiena contro il bracciolo della poltrona e reclinò la testa sul braccio di lui, e l’empatia magica (o la magia empatica, perché chiederselo e cercar risposta?), quella che si materializza quasi mai, ma quel quasi vale eternità, li afferrò e fuse. In sincrono sussurrarono di nuovo “La luce, la luce…”, quasi ebbri di una scoperta tanto insignificantemente assoluta. Un attimo, ed il plettro incontrò nuovamente le corde sui toni più acuti, le sedusse, le note trillarono nell’aria, felici, sapientemente cadenzate una dopo l’altra allo stesso modo delle gocce colorate che, fitte, colavano dalla vetrata, dal telaio, dai muri, dall’anima che volava assieme a loro. Gocce brillanti, una pioggia lieve di colore, di pensiero e di musica, a sigillare l’empatia, e che canzone ci stai regalando stavolta, maledetto splendido genio delle emozioni, ebbe l’impulso di chiedere lei, poi la risposta le nacque spontanea, riconobbe la sequenza irrepetibilmente perfetta, nella sua sincronicità con la cascata leggera di luce colori e pensieri, che rispondeva al delicato titolo di Why worry, chi mi ha fatto incontrare i Dire Straits nella mia prima vita si chiese per un attimo, e poi più nulla, nella velocità dell’arcobaleno e del pentagramma di suoni e sfumature iridescenti che la avvolgevano, la amavano, le ripiegavano le palpebre senza incontrare resistenza, e tempo e luce e sonno la penetrarono in una volta sola, e tutto si fuse, svanendo, sciogliendosi con inflessibile delicatezza sotto i raggi di risposte nuove (o ritrovate?) a tante domande e fatiche inutili, vane. Quando i minuti valgono l’eternità, ed il tempo, oh termine assurdo intuì lei fulmineamente con l’ultimo sprazzo di coscienza sulla soglia dell’oblio, perde ogni metratura e linguaggio che non siano quelli dell’assoluto.