La scia di là della strada (Bridge Over Trouble Water- Simon & Garfunkel)

Tracce d’argento di una ragazza
lasciate
tra i vicoli del Greenwich Village.

Forse Paul Simon lo pensò, scrivendo Bridge Over Trouble Water,
la guardava costeggiare il muro di mattoni rossi dell’isolato,
scarpe da tennis chiare, Levi’s azzurri ben avvolti ai fianchi,
la coda di cavallo che ondeggiava da una spalla all’altra.
Ne guadagnò triste malinconia, impotente.
Sensazione dolce di un ricordo trasferito a trent’anni dopo,
per goderne ancora un attimo postumo.

Uguale pensiero, pur ignorando persino il contenuto di quella canzone, mi ha attraversato, senza che me ne avvedessi coscientemente, in un mattino di maggio luminosissimo e caldo lungo la strada ch’è cuore di Padova, mentre seguivo con lo sguardo l’andare via dell’unico rimpianto della mia vita.
Tutto immaginavamo entrambi, tranne che quella sarebbe stata l’ultima volta nella quale i nostri sguardi si sarebbero toccati e coccolati come facevano da qualche settimana, per tutti e due quel salutarci doveva rappresentare solo un ciao intenso, preludio dell’ultimo millimetro che mancava ad entrambi per buttarci le braccia fra le braccia. L’aria pulsava, satura delle nostre scie emotive.
Ne mancava però ancora una, una sola, che non salpò mai da noi, proprio perché non avemmo più l’opportunità, l’occasione d’incontro. E la somma dell’innamoramento, indispensabile perché la scintilla scocchi, rimase priva dell’ultimo centesimo, e non si completò mai.

Ragazza comune, biondo castana con occhiali sottili,
in nulla diversa dalle centomille altre intrecciate lungo i corridoi,
attardate, riverse sulla noia ansiogena dei banchi
d’una facoltà universitaria non mia
nella quale mescolavo follia, temerarietà e futuro.
Pioniere di illusioni contro le tradizioni.

Lei, un mattino come centomille altri, chiese una banalità
immaginandomi suo correligionario in giurisprudenza,
dopo mesi che mi occultavo rivelai la mia eretica presenza
tra i banchi di lezioni fiscali aride ed affascinanti.

E lei, anziché schifarmi e repellermi
sorrise.

Contro ogni logica ed immaginazione divenimmo coagulo di nuovo, e da quel giorno, lungo una decina di settimane, sedemmo uno accanto all’altra, sempre lei mi si avvicinava, spendendo parole e compiendo gesti di attenzione ed inclusione che non ho mai scordato, rari ne ho conosciuti di più intensi spontanei ed efficaci nei miei anni da allora. E ben trentatré ne sono trascorsi, o forse un minuto, se apro il quaderno degli appunti ancora s’appuntano tra le righe il suo dito, la sua penna, il suo darmi e darsi coraggio di parlare liberi. Molte frasi sussurrate pensandone altre, e avvertendo crescere in entrambi, impalpabilmente, quel che poeti e romanzieri, dotti medici sapienti ed alchimisti hanno tentato da sempre di codificare e distillare, e che ogni volta, in ogni momento della storia ed in ogni luogo, irride a queste vane e temerarie illusioni di conoscenza. Incatenare l’innamoramento senza comprendere che se ne viene sempre e solo incatenati, e la chiave per comprendere il perché e come questo avvenga s’è persa nel diluvio universale, alle porte dell’Eden custodito dai cherubini con la spada fiammeggiante, l’albero della conoscenza di là.

Quanto breve spiraglio s’aprì
tra l’attimo e l’eternità, intuii già allora,
durante tre ore a settimana,
e lo svaporare dei timori mi fece avvertire
la medesima aria (ora grande e consapevole, mi rassicuravo)
respirata al Liceo cinque anni prima.
L’aria dello “spero sia vero”.

Un raggio, una scia, un gradino, un non sappiamo cosa
mancava,
un passo verso le piazze assieme, serate in lungorivo,
il gelato, scrosci di risate allungando la mano sullo stesso libro
e toccando le punte delle dita, e di lì, in attesa,
l’esplosione.

Tanto ci dicemmo in poco tempo, tracce della sua tetra cittadina in riva all’Adriatico posta in viso all’arcipelago più folle del mondo, e della mia, tanto ordinaria quanto unica, accoccolata fra i primi monti alpini, vorrei che tu la vedessi, sì, e tu vieni a Mestre da me mi disse. Quell’ultimo mattino di lezione, col sole di maggio irradiato e felice, lo concludemmo passeggiando per le strade del cuore di Padova, senza fretta ed anzi usando ogni scusa (oh certo credibile, gioco di seduzione leggerissima) per prolungare le circonvoluzioni a caso, sorridendo e parlando, consci entrambi che esisteva già (quasi) tutto fra di noi, le parole possono mentire, gli occhi no, neppure i tuoi, ragazza (ragazza per sempre).
Approdammo alla strada che doveva spartire le nostre quotidianità. Il saluto segnò il limite di affetto che precede di un millimetro la calamita dell’amore, e ci dirigemmo sulle due rive opposte di marciapiede, attraversai io il flusso di automobili e smog basso.

Non so quale immaginazione d’anima si girò
dopo aver misurato i metri della strada.
Non pensai, ne ho ricordo limpidissimo.
E medesimo ricordo assoluto
è lei
che il mio sguardo colse al volo
rivolta d’istinto verso me allo stesso modo, identico attimo eterno,
immersa nella stessa immaginazione d’anima, certo,
gli sguardi s’intrecciarono nel sorriso che ci donammo,
carico di tutto.
Tranne dell’ultima scia che unisce.
Infinitesima mancanza che c’impedì di riattraversare la strada
e fonderci d’acchito.

Foto impressa nell’anima, restò.
Per sempre.

Contorno di donna che mi sorride luminosissima, pochi ricordi conservo più netti, e senza avvertire senso d’errore per non aver forzato il fluire dell’innamoramento. Mancava un filo, per entrambi, l’ultimo brillio automatico. Nessuna colpa m’attribuisco né addebito a lei.

Due cartoline estive, esile filo,
al telefono di Natale mi raggiunse lei
promessa frammentaria di rivederci a gennaio per appunti.
Il copione era concluso, mi ripetei
ogni barlume si spegneva senza esito.

Ma chissà se
ancora oggi, Elena,
conservi una cartolina che spesi tre anni dopo,
a chiudere il non romanzo tra di noi,
arrivata senza firma da Roma, con una frase che
si spera tu abbia incastrato
tra i mosaici dei ricordi, o anche no,
non cambia nulla:
“Sei un sogno
che non ho fatto in tempo a sognare”.

Mancava una scia.
Un millimetro.
Un attimo.

E l’unico rimpianto di donna della mia vita
s’accoccolò
in quell’attimo di maggio
nel museo degli amori splendidi,
forse perché mai nati.

(Rovereto, maggio 2019 – Dedicata ad E.B.)

Gli specchi di Norma Jean

Quando finisce un amore. Ah ma no, niente confusione, non stiamo mica parlando di amore amore amore. Tante altre sfaccettature, infatuazione per un luogo, un tempo, un sogno. Un’immagine, un desiderio, una speranza. Una diva eterea, come quella qui sopra, amata da innumerevoli e svanita in un attimo per diventare altro. Quando finsice un amore, ma guarda in che posti strani va acacciarsi la parola amore, stavolta per cionque volte…