La notte s’era soffiata via su ali rapide, con la consueta brevità di quando l’avvolgersi del tempo s’affretta verso l’orlo dell’equinozio. La brezza del primo mattino si sparse lieve, il sole appena sorto brillava seminando luccichii sull’erba fresca di primavera intarsiata da innumerevoli fiori azzurri, piccoli, nuovissimi di sboccio notturno. L’uomo s’avvertì di se stesso con vago ed indifferente stupore (credevo d’essere morto, o qualcosa del genere). Restare steso sul tappeto verde e morbido col viso affondato tra fili ondeggianti e petali turchesi, percepire fra i capelli il sussurrare tenue del vento tiepido, sbirciare l’allungarsi delle prime ombre tracciate dall’alba, alberi forse. Da tutto percepiva fluirgli addosso un sottile senso di serenità, qualcosa di profondo privo di un nome preciso, il ricordo di una sensazione dolce gustata in un giorno svaporato ma ancora distinto, di una carezza e di un sorriso impressi lì dove la memoria non ricorda più eppure non sbiadisce.
Categoria: Prosa
Estratto dal cap. 1 di “Chiamami Johnny”
Dal punto, precisamente indeterminato, inciso all’intersezione tra i tetti ed il cielo, presidiato solo dai gatti di nessuno che spendono giorni senza scopo a rincorrere finti raggi di sole ed iridi irreali fra le gocce della pioggia, esattamente da quel punto un mattino qualcuno più attento o più stranito degli altri sentì scendere un’ipotesi di musica, un eco di chitarra. Da principio credette d’ingannarsi, di immaginare, di indugiare ancora nei sogni; e però la melodia, morbidamente intensa, si fece man mano più reale, e prese a salire verso il cielo velato di azzurro impalpabile, ed a rimbalzare, frammentata, verso il basso. Le note si arrampicavano rapide su se stesse creando veloci sequenze, brevi acuti nervosi, vuoti di pausa, e poi ricominciavano daccapo a tessere la loro trama esile ma ininterrotta. Una dopo l’altra, iniziando dai piani posti più in alto, le finestre dei palazzi popolari si schiusero; la gente, ancora impastata ed inappagata dal sonno inquieto, salario insufficiente per una notte di scarso ed avaro riposo, cominciò ad affacciarsi vagamente stupita e blandamente curiosa (appena un gradino sopra la diffidenza) per cercare di (da) dove provenisse quella musica triste ma affascinante che nessuno ricordava di aver mai sentito in quei posti di fatica e malvivere, dove solamente le bestemmie sommesse e, spesso, le urla isteriche avevano diritto di cittadinanza. Nessuno però osava rompere lo strano incanto che si era creato azzardando domande alle quali, comunque, sembrava scontato non ci fosse chi poteva dare risposta se non per pura congettura; solo gli sguardi stupiti si incrociavano, lanciando da una finestra all’altra silenziosi interrogativi e, evenienza rara, sorrisi appena accennati ma reali, quasi al modo dei bambini colti sul fatto di qualche mediocre cattiva azione. Per tutto il giorno l’aria di quell’angolo quasi abusivo di città si colorò dei suoni e dei colori che mani invisibili strappavano dalle corde di una chitarra acustica ben occultata nei recessi più nascosti ed ignoti di uno dei freddi condomini o (non lo si capiva bene, nell’intreccio angosciante di muri e tetti) dei palazzi sconnessi di altra epoca che popolavano, alternandosi disordinatamente, quella periferia. Chissà quale, ci si interrogava, poteva essere quello giusto, tra i tanti costruiti o riadattati troppo in fretta e con troppa sciatteria per possedere la capacità di effondere un minimo di calore a chi li abitava. Le chiacchiere incrociate di casalinghe, pensionati, disoccupati, prima sommesse e diffidenti poi via via sempre più intense e quasi frenetiche, non trovarono altro argomento, nel lento ed opaco dipanarsi di quel giorno anonimamente consueto, per intrecciarsi sui pianerottoli, lungo le scale, al riparo malcerto dei portoni, sul marciapiede. Il pomeriggio si srotolò apatico e monotono come cento, mille, infiniti altri, scaldato dai primi tepori poco convinti di una primavera in ritardo, senza che nulla, apparentemente, si rivelasse fuori dall’ordinario. Ma bastava fermarsi un attimo e mettersi anche solo distrattamente in ascolto, ed ecco che quella sottile linea armonica ricompariva, sempre uguale e sempre nuova, quasi la colonna sonora senza pretese di un film deja vou dai fotogrammi sgranati in bianco e nero. La notte si impadronì dell’aria, scortata dai consueti rumori di fondo del quartiere, e la musica, ora ancor più evidente e quasi irriverente, si tramutò in serenata dolce, in ninna nanna discreta per la buonanotte dei suoi stupiti uditori. Sembrò quasi, lungo un breve intervallo di tempo, che il suono cercasse l’ambizione per crescere ancora di intensità e rifiutasse di spegnersi, per continuare a diffondersi, fluttuante a mezza strada tra l’asfalto ed i tetti, mescolato alla luce fissa e gelida dei neon che slargava dalle insegne e dai lampioni sbiaditi. Invece, dopo un ultimo acuto malinconicamente ironico, la chitarra tacque, lasciandosi dietro un vago senso di vuoto indistinto, una promessa indefinita per l’indomani ed una quantità di domande, comunque prive di risposta, sospese a mezz’aria tra la fantasia di quello strano giorno ed il cielo. Uno dopo l’altro gli ultimi mugugni si spensero in sincrono con le luci dietro i vetri delle camere da letto, schiacciati dal rumore delle tapparelle che, scorrendo fra strappi ed inceppamenti, sigillavano il film diurno e spalancavano, sul quartiere, il mondo parallelo della notte.
Interiezione n. 1 (estratto)
La macchia oblunga della benzina rinsecchita (arida) sporca e riga l’asfalto, un rigagnolo cristallizzato ed immobile che scorre lungo il bordo del marciapiede e mi passa sotto le scarpe, mi chiedo senza vera curiosità di quanti attimi o secoli sia vecchio, i riflessi rossastri non brillano più, il sentore acuto dell’idrocarburo fresco di distributore si è smorzato, il naso ne traccia solo il ricordo, vago e sperso, di quando avrebbe incendiato qualsiasi motore, se non si fosse sversato per terra e scivolato nell’inutilità. Conosco tanto carburante che non brucia e non fa muovere nulla, la strada ed il marciapiede albergano le storie degli uomini e dei loro sogni artificiali, adesso inutilmente vani, gettati via da se stessi o dalla mano (a mezzo tra il distratto e l’indifferente) di chi ha vinto. O così immagina e s’illude. Mi balocco con il gioco dei ricordi, con le linee di progetti abortiti mille anni ed una notte fa, in quella sospensione di tempo quando e dove le parole alterate da fumo ed alcool generano oasi e paradisi, a passeggiarci in mezzo si diventa padroni dell’anima e della notte, poi la lama dell’alba risveglia quelli che non sognano, e di oasi e paradisi avanza giusto il rigagnolo della benzina che scorre sotto le scarpe e si secca, e tu con lui.
I nomi di chi ha tracciato sogni vani assieme a me li ho smarriti nella raggiera delle possibilità, marchiati come illeggibili tatuaggi a fuoco sulla carne, incisi sulle labbra delle donne che ho baciato e di quelle che hanno cercato di uccidermi l’anima, e forse amo più queste di quelle, possedere vale perdere, sognare resta per sempre. Al mio nome ho appeso le scarpe che non camminano più, sbrindellate dalla benzina rinsecchita e slabbrate dalle brutalità consumate nelle ore quando e dove spadroneggia solo il buio. Mi rannicchio sul bordo del mio regno conquistato senza volontà, un giorno ed una notte alla volta, e forse ci sto bene, ignorato da chi non mi conosce e da chi mi ha scordato, ed ha voluto dimenticare il viso ed il nome di qualcosa che è, ma gli vale solo per espellerlo al di là della cerchia perimetrale della città nuova, soldi e sicurezze che non contemplano i fuori ordinanza come me, crucifige e caccia via. La categoria che erano anche loro, o che hanno rischiato di essere.
Ogni negozio, ciascun ufficio, qualsiasi piccolo luogo dove si lavora e si produce ha la sua etichetta, la sua insegna, il suo marchio di normalità acquistato col sangue della remissione, con il rifiuto barrierato delle strade sbagliate, con il perdono impetrato e guadagnato dodici ore al giorno nel sudore o nell’azzeramento del pensiero, la mia strada nasce uguale alla loro nelle fonti e nelle voglie, ma sfocia non omologata nei traguardi e negli effetti, e perde. E si sfanta in rivoli lungo il marciapiede, benzina o sudore o sangue, a rotazione. Ignoro il loro nome, loro negano il mio e quello delle ombre uguali a me, e si fanno vanto di non possedere una scheda segnaletica che raccolga, assieme alla mia età ed al colore dei miei occhi, anche le speranze e le paure, le parole e i deliri che ho generato, accudito e popolato lungo il labirinto dei miei tempi spiralati su sé medesimi, e che ora conto sul palmo della mano come frammenti di sconfitte volute ed amate. E mai rinnegate. Ignoro il vostro nome, déi del giorno, e solo sul confine tra la luce ed il buio, mentre voi rientrate nelle vostre case ed io prendo possesso di un’altra sequenza notturna, solo allora ci incrociamo, ignorandoci, mentre i nostri profumi si mescolano e vi fa orrore sapere che sotto la pelle e nel profondo dell’anima mi siete uguali, e niente che possiate inventare o costruire può negare questa verità, siate maledetti.
Il nome di lei, che parla ad entrambe le categorie che s’incrociano al crepuscolo e s’illude di annodarne insieme i fili, è specchio del simulacro di sole che muore e rinasce. Ed in bilico sulla metà della strada segnata tra l’asfalto rigato di benzina secca (con il suo sentore ancora appena appena acuto che si alza e diffonde da sotto le scarpe) ed il cielo macchiato di azzurro artificiale (ma lei come tanti se n’accontenta), proprio in quel punto inesistente oggi è corsa a cercare il senso della musica, o quello della linea di viaggio dei suoi sogni offuscati dal caldo. Bevo un sorso in più, alla sua illusione, e la commessa di fronte, troppo carina per le mie voglie, lava la vetrina dai resti delle ombre di ieri per poterne imprimere altre nuove domani, e mi nega l’elemosina di un sorriso.
Estratto seduzione
Posò il plettro e, per la prima volta, girò il capo verso la sedia sulla quale lei si dondolava impercettibilmente, coccolando la propria insicurezza invariata. “Hai il viso di una donna facile da accompagnare a passeggio lungo il Gran Canal di Versailles in una mattina di fine settembre, accanto agli ultimi flowers azzurri appuntati sui cespugli, le foglie già rosse e gialle stile New England che brillano sui rami, si staccano di colpo e volteggiano in aria fin sulla ghiaia dei viali, e sorridi sottovoce, come si fa lì”. Spiazzata totale, si smarrì lei, ma dove va a parare porca miseria? Cosa s’inventa? L’orgoglio le venne in soccorso, ultima sponda di salvezza prima di sciogliersi: “Capirai, io qui al massimo cammino in fianco all’Idroscalo, nel casino e nello smog, erba velenosa e mezza morta, e alberi scheletriti ai bordi, gente incazzata o sincronica nel suo affrettarsi d’affanno. E tu, con questo bel mondo che ho, mi ci vedi lo stesso con il viso da Dama del ‘700? Coi capelli così (e per dare immagine al concetto prese a far scorrere le dita fra le ciocche nere e morbide, ondulate quanto bastava per imitare decentemente una permanente, ne seguì ed accarezzò le curve fin sotto le spalle, le sollevò morbidamente, si fermò di colpo rendendosi conto che stava tracciando gesti da seduttrice di quarta categoria)? Con questa espressione da assistente sociale, quel che sono tanto perché tu lo sappia anche se te ne freghi, e che dovrebbe chiederti di cosa hai bisogno e chi sei e cosa fai, ecco cosa sono venuta a fare se ti interessasse anche appena poco più di niente, ed invece sta qui a cazzeggiare tra Versailles e l’Idroscalo, vedi tu se si può fare o anche solo immaginare il confronto”. E si azzittì, autocensurata dal silenzio che le rimbalzava addosso, questo non solo parla come pare a lui, ma mi fa anche perdere il filo a mezzo delle frasi e dei pensieri ogni tre minuti, si alterò nuovamente. “A Parigi ho lasciato qualcosa, riprese sottovoce il ragazzo ignorando all’apparenza l’ultimo sfogo di lei, qualcosa di importante, in quella città si lascia sempre something che non torna, è meglio farsene una ragione, credimi sulla parola anche se non hai mai respirato il suo profumo di arrogante nostalgia”. Il rumore del silenzio che seguì non li fratturò, stavolta, ci si avvolsero e si lasciarono corteggiare dal ricordo o dall’immaginazione dell’acqua allungata che finge di scorrere tra i giardini e boschi di Re Sole o nel labirinto disegnato tra le fabbriche decrepite e le strade incatramate, rispettivamente. Ma entrambi si accorsero che la distanza si contraeva, prosciugata. Si sorrisero, in perfetto sincrono non concordato.
Estratto da “Chiamami Johnny” – 2018
Muta sentinella dell’ignoto
Il pallido sguardo della mia città si spande a mezz’aria come un veleno impalpabile e crudele. Passo dopo passo il giorno perde la sua luce, il suo sapore, la sua frenetica irrazionalità; verrà il buio, fra poco, a consolarci della fatica di vivere, oblio dei sensi e letto dolce del corpo. La notte riposerà la stanchezza e il dolore degli uomini, spanderà il suo profumo e la sua poesia fino al lampo accecante del risveglio di domani. A tutti sarà concesso d scordare, per un’ora, la tristezza e il livido gelo della solitudine: solo io, muta sentinella dell’ignoto, rimarrò a vegliare, in silenzio, l’altrui incoscienza. Un sogno e una sordida speranza divideranno con me la lunga attesa.
Rovereto, quasi Natale 1985 – Tratto da “Aforismi tra la notte e il giorno” (la somiglianza con un racconto di F. Kafka è casuale)