Posò il plettro e, per la prima volta, girò il capo verso la sedia sulla quale lei si dondolava impercettibilmente, coccolando la propria insicurezza invariata. “Hai il viso di una donna facile da accompagnare a passeggio lungo il Gran Canal di Versailles in una mattina di fine settembre, accanto agli ultimi flowers azzurri appuntati sui cespugli, le foglie già rosse e gialle stile New England che brillano sui rami, si staccano di colpo e volteggiano in aria fin sulla ghiaia dei viali, e sorridi sottovoce, come si fa lì”. Spiazzata totale, si smarrì lei, ma dove va a parare porca miseria? Cosa s’inventa? L’orgoglio le venne in soccorso, ultima sponda di salvezza prima di sciogliersi: “Capirai, io qui al massimo cammino in fianco all’Idroscalo, nel casino e nello smog, erba velenosa e mezza morta, e alberi scheletriti ai bordi, gente incazzata o sincronica nel suo affrettarsi d’affanno. E tu, con questo bel mondo che ho, mi ci vedi lo stesso con il viso da Dama del ‘700? Coi capelli così (e per dare immagine al concetto prese a far scorrere le dita fra le ciocche nere e morbide, ondulate quanto bastava per imitare decentemente una permanente, ne seguì ed accarezzò le curve fin sotto le spalle, le sollevò morbidamente, si fermò di colpo rendendosi conto che stava tracciando gesti da seduttrice di quarta categoria)? Con questa espressione da assistente sociale, quel che sono tanto perché tu lo sappia anche se te ne freghi, e che dovrebbe chiederti di cosa hai bisogno e chi sei e cosa fai, ecco cosa sono venuta a fare se ti interessasse anche appena poco più di niente, ed invece sta qui a cazzeggiare tra Versailles e l’Idroscalo, vedi tu se si può fare o anche solo immaginare il confronto”. E si azzittì, autocensurata dal silenzio che le rimbalzava addosso, questo non solo parla come pare a lui, ma mi fa anche perdere il filo a mezzo delle frasi e dei pensieri ogni tre minuti, si alterò nuovamente. “A Parigi ho lasciato qualcosa, riprese sottovoce il ragazzo ignorando all’apparenza l’ultimo sfogo di lei, qualcosa di importante, in quella città si lascia sempre something che non torna, è meglio farsene una ragione, credimi sulla parola anche se non hai mai respirato il suo profumo di arrogante nostalgia”. Il rumore del silenzio che seguì non li fratturò, stavolta, ci si avvolsero e si lasciarono corteggiare dal ricordo o dall’immaginazione dell’acqua allungata che finge di scorrere tra i giardini e boschi di Re Sole o nel labirinto disegnato tra le fabbriche decrepite e le strade incatramate, rispettivamente. Ma entrambi si accorsero che la distanza si contraeva, prosciugata. Si sorrisero, in perfetto sincrono non concordato.
Estratto da “Chiamami Johnny” – 2018



