Don Chisciotte mi sfila accanto,
icona del tempo senza tempo,
l’espressione indifferente ed estranea al contesto,
quasi che palme piegate ed aria greve
(forse appena un brusio prima della pioggia)
non imprimano frustate reali in pelle ed anima.
Invidia di seguirlo, mentre punta via dall’isola,
ripercorre le volute dei suoi anni forti
e finge
siano ancora a portata di desiderio.
Ma sotto il temporale
m’interrogo
e non mi capacito
che visi e strisce d’arcobaleno
valgano ormai
meno dei ricordi.
Setaccia il tempo scorso, Robinson,
e salva qualcosa
se di ciò t’illudi ancora.
Il pianto si mescola alla pioggia, resa,
l’eredità di parole non volute,
errori irrimediabili
come il gracchiare, fra i rami,
di creature invisibili, celate e feroci.
L’orizzonte dei pensieri mi si
ripiega addosso,
copre il fradicio dell’ultimo
sgocciolio,
pioggia e pianto.
Il tempo di ieri irride vano,
sulla rena intrisa
niente brilla.
Robin, nulla in tasca del presente,
qui ed ora è la somma degli zeri
che saluta Don Chisciotte.
In isola, irriverente recinto d’anima.