Interiezione n. 3

S’accoccola accanto, addosso a me, ogni tanto e spesso, all’andata o nel ritorno del suo andirivieni dall’altro lato della luce del giorno e senza cognizione del bene e del male. Le basta poco, le serve niente, le volano i pensieri via dagli occhi e le si appoggiano alla pelle, sempre abbondante in vista ad occhi inzuccherati di lussuria fredda, sempre a disposizione per uno straccio strappato di clandestinità sporca, poche lire di fuori tempo nel respiro della notte, la sua alba s’accende alla fiamma che abbaglia il buio, e si regala a pagamento a quelli che lungo la notte s’avvitano nel labirinto e non ne sanno uscire. E mentre s’accoccola non bada a nulla di quello che suona importante alla gente del giorno, neanche protegge se stessa dagli sguardi infiltrati sotto l’orlo della minigonna e sopra il ricamo delle calze lucide, brusio di donne che nell’anima saprebbero e vorrebbero volgersi come fa lei, ma ne negano le radici alla propria anima. E chi si finge immune coincide sempre con chi condanna, ma invece ha già consumato da ladro complice, mentre le pieghe della notte regalano angoli e spifferi di finto nascondimento per le mani sulla carne, la sua, costo da svendita e saldi di fine stagione, una dose più un pacchetto di crackers a pranzo domani.
S’accoccola e mi avvolge la mano, la porta via con sé, carezza i miei passi singultanti da fermo, seduti al bordo di questo marciapiede, le braccia traforate di tristezza, l’anima invischiata sul fondo della polluzione dei pensieri, nulla di concreto, sintonia nel verso della notte, l’alba non verrà. Se le carezzo le ginocchia non vibra mai desiderio, il tempo di quando il padrone delle onde artificiali nelle vene e nei polmoni ero io s’è sfarinato inseguendo il letto del fiume che è scorso e s’è prosciugato, il desiderio di chi nella paura di volare traballava sui tacchi (oggi non più). Adesso, qui, si accoccola questa nuova lei, e ci sto bene, a parole fragili ma ogni volta incise più a fondo, casa sua è spoglia tranne il letto, sempre troppo affollato e dalle lenzuola mai rimboccate, la sua anima mi appartiene, del corpo non mi serve né serve a lei propormene dono. Racconta ed io ascolto, sversa ed io accolgo, le storie di quelli che la prendono per mano e sfogliano il portafoglio mentre la notte gira male, gente per bene che si dimentica d’esserlo, poi riprende i vestiti e ricomincia a sussurrarle dietro la schiena, dando corda alle proprie donne che con loro non si vendono, sennò magari intuiscono. La riga nera della lacrima la riserva a poche evenienze, al freddo dell’inverno dopo il caldo di mani marchiate dalla fretta, alle paure di mostri notturni senza confini contro una ragazza debolmente inintaccabile, alle anime che si schiudono senza violarla, neppure a pagamento, anzi proprio per quello. Il marciapiede è lei, il marciapiede sono io, il marciapiede è la sua mano che sale le scale e appoggia un’ora di empatia ad un’anima che si sfila dal corpo, al suono di amicizia gratuita.
S’accoccola accanto, addosso a me, e poi s’alza al culmine di un tempo indefinito, nulla le abbisogna, come a me, nulla le manca. Nulla possiede. Ci osservano di sottecchi, sussurrano il peggio di se stessi, si risciacquano la coscienza con i biglietti di banca nuovi e lucchettano quella mezz’ora frodata alla propria ed altrui vita assieme a lei (comprando lei). E mi stringe la mano, s’alza, torna al penultimo piano sotto il paradiso. La prossima volta non scorderò di dirle che è bella, e che del cielo all’alba ha diritto di farsi specchio, finché durerà la notte ed il suo donarsi a pagamento, fragile menzogna di gente irrisolta, vent’anni e spenderli, sospesi per poco ancora, così.

Estratto da “Chiamami Johnny” – 2018

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