Come in un film, è tutto come in un film, fu il suo istantaneo e svanente barlume di idea, poi le dita si aprirono da sole, la gonna si srotolò in meno di un secondo frusciando fino all’orlo degli stivaletti, ed il fotogramma successivo fissò contro lo schermo dei vetri multicolorati una donna che piroettava se stessa, la testa appena reclinata indietro, morbida, i piccoli tacchi e poi le punte a far perno, quasi al modo delle gitane che incarnano la forza della felicità, le braccia arrovesciate, larghe dietro la schiena, il sorriso splendente, gli occhi richiusi e baciati dai raggi sempre più diagonali del sole, mille volte caleidoscopico nel ventaglio dei colori. Non pensò neppure per un attimo di fermarsi dal trottolare su sé stessa, sempre più rapida, e le balze della gonna si aprirono a raggiera, e nelle loro pieghe schiuse subito nidificò il tempo, germogliò e fiorì istantaneamente, e lei lo avvertì sulla pelle mentre trapelava e si spandeva nell’aria volando sulle tracce di luce, e sorrise ancora, socchiudendo le labbra. E con appena un istante di innocuo ritardo, il plettro raccolse l’onda, s’appoggiò di scatto alle corde e fece partire la colonna sonora del film, batté la sequenza, ritmata stretta, di accordi forti, rapidi, come durante tutto il giorno ancora non aveva osato fare, firmò con l’esaltazione libera del suono l’adesione empatica all’immagine proiettata davanti agli occhi felici del ragazzo, e lei impiegò meno di nulla a riconoscere la melodia che le si avviluppava addosso e la rivestiva, ed a gioirne (oh quanto hai scelto bene ragazzo stavolta!) mentre continuava a vibrare fluendo sul fuso di stessa, a fondersi nella scansione delle note alte e sublimi, immaginate da una grande cantante, anzi no, si corresse al volo, non da una generica cantante per quanto brava, ma della geniale ragazza inglese che a vent’anni, nella brughiera, in un’alba malinconicamente nebbiosa, aveva ballato fra gli alberi la visualizzazione onirica della propria musica, allo stesso modo di come stava facendo anche lei qui ed ora, in questa surreale, fuoritempo, inimmaginata soffitta (l’ho capita adesso!), coreografando l’anima di Wouthering Heights, come si può non amarla si sussurrò. E tra i colori, con la luce, nel tempo sbocciato e scoperto, sul pentagramma delle risposte finalmente trovate senza spendere parole inutili, in bilico sulle punte dell’empatia che scorreva come fluido divino nell’aria, Kate Bush sigillò l’amplesso di due anime, decalcomanie ondivaghe sulla vetrata e nella poltrona, siluette disegnate dal nero di gonna giacchino e capelli specchiato sulla figura fasciata e trattenuta da jeans, polo e Timberland marroni, ed il sole giocò a nascondino col corpo di lei e impresse scie di colori sorridenti, a prisma, sul viso di lui, filtrando, intermittente, nel frullio di braccia, gonna, gioia. E forse (forse) proprio quei raggi trillanti ed allegri, laminando il viso di lui penetrarono infine nell’angolo dell’occhio, nell’ultimo spiraglio discretamente celato accanto al naso, e ne trassero lo sgorgare di un brillio improvviso, e, subito, un sottile rivolo di acqua che discese la guancia e irrigò le labbra. Il tempo scordò il modo usuale e codificato di misurarsi, e quando nuovamente si rintanò, celandosi (come sempre) tra le pieghe della gonna, tutto tacque, e lei, con un movimento che s’estese lungo un attimo (eterno), si lasciò cadere su se stessa ripiegando a scatto le gambe, e si ritrovò accoccolata sugli stivaletti raccolti sotto la gonna a fissare le mani, ora placate dopo la corsa libera e selvaggia della musica, posate sulla chitarra. Unirono gli occhi, e senza preavviso si scambiarono, rispondendo in sincrono alla logica, conseguente intesa delle loro anime, il regalo del ridere, profondo e fresco, liberazione nel trillìo della gioia di bimbi.
Autore: LandS
Estati di sguardi fugaci



