La notte s’era soffiata via su ali rapide, con la consueta brevità di quando l’avvolgersi del tempo s’affretta verso l’orlo dell’equinozio. La brezza del primo mattino si sparse lieve, il sole appena sorto brillava seminando luccichii sull’erba fresca di primavera intarsiata da innumerevoli fiori azzurri, piccoli, nuovissimi di sboccio notturno. L’uomo s’avvertì di se stesso con vago ed indifferente stupore (credevo d’essere morto, o qualcosa del genere). Restare steso sul tappeto verde e morbido col viso affondato tra fili ondeggianti e petali turchesi, percepire fra i capelli il sussurrare tenue del vento tiepido, sbirciare l’allungarsi delle prime ombre tracciate dall’alba, alberi forse. Da tutto percepiva fluirgli addosso un sottile senso di serenità, qualcosa di profondo privo di un nome preciso, il ricordo di una sensazione dolce gustata in un giorno svaporato ma ancora distinto, di una carezza e di un sorriso impressi lì dove la memoria non ricorda più eppure non sbiadisce.
Primavera che sempre ritorni



