La macchia oblunga della benzina rinsecchita (arida) sporca e riga l’asfalto, un rigagnolo cristallizzato ed immobile che scorre lungo il bordo del marciapiede e mi passa sotto le scarpe, mi chiedo senza vera curiosità di quanti attimi o secoli sia vecchio, i riflessi rossastri non brillano più, il sentore acuto dell’idrocarburo fresco di distributore si è smorzato, il naso ne traccia solo il ricordo, vago e sperso, di quando avrebbe incendiato qualsiasi motore, se non si fosse sversato per terra e scivolato nell’inutilità. Conosco tanto carburante che non brucia e non fa muovere nulla, la strada ed il marciapiede albergano le storie degli uomini e dei loro sogni artificiali, adesso inutilmente vani, gettati via da se stessi o dalla mano (a mezzo tra il distratto e l’indifferente) di chi ha vinto. O così immagina e s’illude. Mi balocco con il gioco dei ricordi, con le linee di progetti abortiti mille anni ed una notte fa, in quella sospensione di tempo quando e dove le parole alterate da fumo ed alcool generano oasi e paradisi, a passeggiarci in mezzo si diventa padroni dell’anima e della notte, poi la lama dell’alba risveglia quelli che non sognano, e di oasi e paradisi avanza giusto il rigagnolo della benzina che scorre sotto le scarpe e si secca, e tu con lui.
I nomi di chi ha tracciato sogni vani assieme a me li ho smarriti nella raggiera delle possibilità, marchiati come illeggibili tatuaggi a fuoco sulla carne, incisi sulle labbra delle donne che ho baciato e di quelle che hanno cercato di uccidermi l’anima, e forse amo più queste di quelle, possedere vale perdere, sognare resta per sempre. Al mio nome ho appeso le scarpe che non camminano più, sbrindellate dalla benzina rinsecchita e slabbrate dalle brutalità consumate nelle ore quando e dove spadroneggia solo il buio. Mi rannicchio sul bordo del mio regno conquistato senza volontà, un giorno ed una notte alla volta, e forse ci sto bene, ignorato da chi non mi conosce e da chi mi ha scordato, ed ha voluto dimenticare il viso ed il nome di qualcosa che è, ma gli vale solo per espellerlo al di là della cerchia perimetrale della città nuova, soldi e sicurezze che non contemplano i fuori ordinanza come me, crucifige e caccia via. La categoria che erano anche loro, o che hanno rischiato di essere.
Ogni negozio, ciascun ufficio, qualsiasi piccolo luogo dove si lavora e si produce ha la sua etichetta, la sua insegna, il suo marchio di normalità acquistato col sangue della remissione, con il rifiuto barrierato delle strade sbagliate, con il perdono impetrato e guadagnato dodici ore al giorno nel sudore o nell’azzeramento del pensiero, la mia strada nasce uguale alla loro nelle fonti e nelle voglie, ma sfocia non omologata nei traguardi e negli effetti, e perde. E si sfanta in rivoli lungo il marciapiede, benzina o sudore o sangue, a rotazione. Ignoro il loro nome, loro negano il mio e quello delle ombre uguali a me, e si fanno vanto di non possedere una scheda segnaletica che raccolga, assieme alla mia età ed al colore dei miei occhi, anche le speranze e le paure, le parole e i deliri che ho generato, accudito e popolato lungo il labirinto dei miei tempi spiralati su sé medesimi, e che ora conto sul palmo della mano come frammenti di sconfitte volute ed amate. E mai rinnegate. Ignoro il vostro nome, déi del giorno, e solo sul confine tra la luce ed il buio, mentre voi rientrate nelle vostre case ed io prendo possesso di un’altra sequenza notturna, solo allora ci incrociamo, ignorandoci, mentre i nostri profumi si mescolano e vi fa orrore sapere che sotto la pelle e nel profondo dell’anima mi siete uguali, e niente che possiate inventare o costruire può negare questa verità, siate maledetti.
Il nome di lei, che parla ad entrambe le categorie che s’incrociano al crepuscolo e s’illude di annodarne insieme i fili, è specchio del simulacro di sole che muore e rinasce. Ed in bilico sulla metà della strada segnata tra l’asfalto rigato di benzina secca (con il suo sentore ancora appena appena acuto che si alza e diffonde da sotto le scarpe) ed il cielo macchiato di azzurro artificiale (ma lei come tanti se n’accontenta), proprio in quel punto inesistente oggi è corsa a cercare il senso della musica, o quello della linea di viaggio dei suoi sogni offuscati dal caldo. Bevo un sorso in più, alla sua illusione, e la commessa di fronte, troppo carina per le mie voglie, lava la vetrina dai resti delle ombre di ieri per poterne imprimere altre nuove domani, e mi nega l’elemosina di un sorriso.