IL TEMPO (SETACCIO) (Atto secondo – quadro primo)

Don Chisciotte mi sfila accanto,
icona del tempo senza tempo,
l’espressione indifferente ed estranea al contesto,
quasi che palme piegate ed aria greve
(forse appena un brusio prima della pioggia)
non imprimano frustate reali in pelle ed anima.
Invidia di seguirlo, mentre punta via dall’isola,
ripercorre le volute dei suoi anni forti
e finge
siano ancora a portata di desiderio.
Ma sotto il temporale
m’interrogo
e non mi capacito
che visi e strisce d’arcobaleno
valgano ormai
meno dei ricordi.
Setaccia il tempo scorso, Robinson,
e salva qualcosa
se di ciò t’illudi ancora.
Il pianto si mescola alla pioggia, resa,
l’eredità di parole non volute,
errori irrimediabili
come il gracchiare, fra i rami,
di creature invisibili, celate e feroci.

L’orizzonte dei pensieri mi si
ripiega addosso,
copre il fradicio dell’ultimo
sgocciolio,
pioggia e pianto.
Il tempo di ieri irride vano,
sulla rena intrisa
niente brilla.
Robin, nulla in tasca del presente,
qui ed ora è la somma degli zeri
che saluta Don Chisciotte.
In isola, irriverente recinto d’anima.

IL PROFILO DEL VIAGGIO (Interludio n. 1)

Appunti di viaggio sulla sabbia:
che resterà di loro
dopo l’agitazione di mare pioggia e vento?
Il prima ed il dopo
significano
meno di nulla
mentre il gabbiano stride al cielo
la sua indifferente doglia.
Il circondarsi d’acqua ai miei passi e pensieri
rinchiude,
perso l’ieri,
uguale il domani.
Qui ed ora rimane e conta solo
il dito che traccia
nella rena
la vanità dell’intelletto.
E ne assume la medesima consistenza.
Risposta dalle nubi
e
dal frusciare delle palme (cime stormenti)
non giunge né
l’attendo.
Rimiro la mia solitudine
sull’oceano di cognizione che debbo attraversare.
Robin, esaurita l’ira, arso
il ponte dietro te, parti.
Abbi cura, in viaggio, di te
e delle tue fragilità,
coccolale attento e premuroso,
la tua ricchezza è
celata
in esse.
Ora che, solo, t’inventi
la perimetrazione dell’isola,
misurati anche (e prima)
con l’esito del tempo, assorbi
l’impulso e declinalo
in scelte.
Solo, Robinson, solo con te.

I RICORDI (DOLORE) (Atto primo – quadro quarto)

A tarda primavera, anche Venezia
conosce
il vento tiepido che violenta l’anima
ed accarezza i sogni delle ragazze sotto le gonne.
Ricordi disgregati, inutilmente acuti.
I codici di comunicazione si riscrivono
qui, in solitudine popolata d’ombre
e strisce di luce ed acqua.
Parlano le cime degli alberi,
le risacche fra gli scogli,
la sventata di sabbia abrasa
su spianate e cuori.
E tu, Robinson,
sai gettare all’aria la catena dell’ieri?

SORSI DI SAMBUCO (Atto primo – quadro terzo)

L’alcool spremuto dalla corteccia di sambuco,
e sul fondale rosso del tramonto
m’inebrio di paura ed illusione.
Nessuno all’orizzonte,
i passi di velluto della notte non s’arrestano.

Una di più.

Maledizioni al cielo
colpi d’accetta alla base dell’albero,
le fronde schiantano al suolo,
grida di dolore rappreso.

Un sorso in più, ancora
m’inebrio di paura ed illusione.
Robinson
la verità non si elude,
sei solo a scegliere.

CIRCONVOLUZIONI (Atto primo – quadro secondo)

Le tracce fonde di passati
irrisolti,
calligrafi(e) sulla rena.
Facile interrogarsi
sulla patologia insita nel tempo,
l’azzurro del cielo chiama eternità
ma le circonvoluzioni ripetono isola.
Anche arando la sabbia la risposta s’evapora.
Cammini l’espiazione, Robinson,
qui dovevi giungere, in prigione di sbarre d’aria,
chiediti il perché ma non saper più indugiare
sulla parola.
Strade diverse, ignote, il passo nel fuoco le cammina.