DIVENTARE DI VETRO (Atto terzo – quadro primo)

La luce s’impossessa
dell’aria,
due termini impalpabilmente inesistenti,
posti in vetta e fondo
alla vita.
E terzo s’aggiunge il tempo,
materia scordata in altra dimensione,
vanamente beffarda, inutile all’epilogo.

(Annuso la pioggia che verrà
al modo della quiete degli animali accucciati sotto le palme.
Ma confondo, m’avvedo,
il ciclo della pioggia è ormai trascorso, e
rido al sole che traversa il mio
principiare in nuovo).

La mia nuova casa s’edifica
sulle mani nude e con esse,
e ne rido, ora,
scevro dal veleno del dovere,
mentre il sole corre rapido al suo apice
e irraggia
il mio camminare in bordo
a bosco e sogni.
Fabbrico il futuro, nell’isola,
ed è la sensazione
calda e nuova
del diventare di vetro, trasparente e felice d’esserlo.

Robin, scalda le mani,
il legno all’apparenza del tatto
e mentre lavori per inventare riparo
rinasci d’anima.

LA NUOVA ISOLA (Interludio n. 2)

Gli occhi si colmano di vento,
vento e sole soffiato fin qui
da orizzonti indefiniti.
La luna completa il suo corso
notturno si dice per convenzione,
ma anche nel sole il suo pallore
si distingue e suona.
Con lei, s’è strascinata ondate di mare,
il moto del pendolo quotidiano
asciuga e sommerge le sabbie di confine,
e nulla s’interpone alla danza ritmica e benedetta.
Sciacquo anima e piedi nelle
residue
pozze di bassa marea d’oggi,
bordeggio i resti di conchiglie
spine di pesce putrido
figure pallide sperse tra la rena ed i sogni.
Il colore dell’alba si posa come vapore
sul grigio
e ne rivela l’anima.
Il vento soffia via le paure,
l’acqua risale il suo regno
(solo per poco usurpato dalla bassa marea lunare)
e lava spazio e tempo,
a donarmeli nuovi.
L’isola, Robin, cessa la veste
di prigione, e s’accoccola
ai tuoi piedi
come serva in casa nuova.

IL PRIMO PASSO (NOVITA’?) (Atto secondo – quadro quarto ed ultimo)

Una foglia
(verde o vizza che sia, non ha importanza alcuna)
può scorrere sul filo della corrente
(rivo, stagno od oceano, neppure questo deve importarti)
oppure imbeversi d’essa e
annaspando in agonia
sommergersi al fondo.
In questa ipotesi d’aurora
mentre il primo cicaleccio cola dai rami,
mi sorrido
e scopro d’esser velo di pellicola
sulla superficie piana dell’acqua.
Immoto, languido, rinnovato.
La grandine ha franto orizzonti e argini,
occhi speranze e passato,
e non avverto più dolore o angoscia
singultante.
Quasi al modo di main street
(vuota in tempo antelucano),
in bilico perenne tra la gente della notte
ed il popolo rassegnato del mattino,
m’induco ad ipotizzare
un passo.
Bimbo che scopre la luce nuova.
La chiazza verde vola sopra di me,
mi s’accoccola sulla spalla,
per compagna del cammino
anch’essa è benvenuta.
Povertà ricca di ogni bene,
Robin, ora principi a far vibrare l’anima.
Nel sorriso.

LA SOSPENSIONE DI CONSAPEVOLEZZA (Atto secondo – quadro terzo)

Non m’attendo l’arrivo
di messaggeri, rotoli di verità celesti,
assiomi definitivi e formule intoccabili (inattaccabili)
a rendere assoluti
gioia e dolore, al di là di altrove.
Sotto l’angolo delle stelle
la notte s’imbeve di pallore indistinto,
impossibile da essa secernere sufficiente chiarezza
per scrivere o almeno memorizzare
conclusioni.
Il silenzio provvisorio della foresta
rimbalza la superficie piana
ed indifferente
della laguna.
Niente da perimetrare per i passi,
periplo di idee stagnanti ed irrisorie.
Robinson, in piedi nel buio
conti sulle dita i sassi del passato,
e nulla torna, nulla si ferma,
nulla vale per porre una pietra al domani.
Mesta – realistica – verità.
Ma l’attimo trascorso s’avvita,
e dagli inganni di ieri viene in superficie
il senso del lavato.
Non possiedi nulla, Robin,
ma nulla ti abbisogna, ormai.
Mite consapevolezza di aver eraso l’anima,
e possederla, implume, fra le mani.
M’accuccio sorridendo, la senti anche tu
la brezza nuova sul viso,
promessa e non ancora realtà?
L’isola, in questa notte,
pulsa amica, o
quanto meno,
così s’appalesa, e capitalizzo.

LO SPAZIO (RIPUDIATO) (Atto secondo – quadro secondo)

Ho spento lo spazio.
I bordi dell’orizzonte, lungi dal segnalare
acqua e nuvole pigre,
mi rendono immagini
incongrue e ferocemente familiari
di autogrill al tramonto,
corsie d’autostrada in albe molli e tenui,
scie di sogni verso la certezza dell’altrove.
Schermati da lenti scure, vanità.

La pietra nella mano, arsa di sabbia
infuocata
svelle il pensiero del “non frega”,
e volgersi in fronte a muri antichi
non compensa l’immaginario.

Alza gli occhi, Robinson,
lo spazio dal ricordo rimbalza qui,
al perimetro della gabbia d’aria.
M’accorgo che non serve,
non è mai valso
una sola particella infima
di volti, date, lacrime.

Lo spazio s’è sperso da se stesso,
la sua ricapitolazione
conferma l’inutile vanità
del suo stesso esistere.
Robin, resta nel tempo,
aggrappatici,
ignorando invece
il fondale in fronte al quale
hai la ventura di muoverti.