Pace

  • Pace a te, che spari in guerra. Pace a te, che preghi in silenzio. Pace a te che parli di pace ma sogni l’odio. Pace a te, che stanotte morirai da solo, e che su quattro miliardi di persone non troverai un cane disposto ad aiutarti. Pace a te che vuoi amore ma sai solo far soffrire. Pace a te, che cominci una strada e non sai dove ti porterà. Pace a te che hai paura come me. Pace a te, amore mio, che stasera per una volta puoi anche far finta di esistere. Pace a te, che hai sempre qualcuno al tuo fianco, e non lo sai.
    • Rovereto, quasi Natale 1985 (allora eravamo 4 miliardi…) – Tratto da “Aforismi tra la notte e il giorno”

Interiezione n. 3

S’accoccola accanto, addosso a me, ogni tanto e spesso, all’andata o nel ritorno del suo andirivieni dall’altro lato della luce del giorno e senza cognizione del bene e del male. Le basta poco, le serve niente, le volano i pensieri via dagli occhi e le si appoggiano alla pelle, sempre abbondante in vista ad occhi inzuccherati di lussuria fredda, sempre a disposizione per uno straccio strappato di clandestinità sporca, poche lire di fuori tempo nel respiro della notte, la sua alba s’accende alla fiamma che abbaglia il buio, e si regala a pagamento a quelli che lungo la notte s’avvitano nel labirinto e non ne sanno uscire. E mentre s’accoccola non bada a nulla di quello che suona importante alla gente del giorno, neanche protegge se stessa dagli sguardi infiltrati sotto l’orlo della minigonna e sopra il ricamo delle calze lucide, brusio di donne che nell’anima saprebbero e vorrebbero volgersi come fa lei, ma ne negano le radici alla propria anima. E chi si finge immune coincide sempre con chi condanna, ma invece ha già consumato da ladro complice, mentre le pieghe della notte regalano angoli e spifferi di finto nascondimento per le mani sulla carne, la sua, costo da svendita e saldi di fine stagione, una dose più un pacchetto di crackers a pranzo domani.
S’accoccola e mi avvolge la mano, la porta via con sé, carezza i miei passi singultanti da fermo, seduti al bordo di questo marciapiede, le braccia traforate di tristezza, l’anima invischiata sul fondo della polluzione dei pensieri, nulla di concreto, sintonia nel verso della notte, l’alba non verrà. Se le carezzo le ginocchia non vibra mai desiderio, il tempo di quando il padrone delle onde artificiali nelle vene e nei polmoni ero io s’è sfarinato inseguendo il letto del fiume che è scorso e s’è prosciugato, il desiderio di chi nella paura di volare traballava sui tacchi (oggi non più). Adesso, qui, si accoccola questa nuova lei, e ci sto bene, a parole fragili ma ogni volta incise più a fondo, casa sua è spoglia tranne il letto, sempre troppo affollato e dalle lenzuola mai rimboccate, la sua anima mi appartiene, del corpo non mi serve né serve a lei propormene dono. Racconta ed io ascolto, sversa ed io accolgo, le storie di quelli che la prendono per mano e sfogliano il portafoglio mentre la notte gira male, gente per bene che si dimentica d’esserlo, poi riprende i vestiti e ricomincia a sussurrarle dietro la schiena, dando corda alle proprie donne che con loro non si vendono, sennò magari intuiscono. La riga nera della lacrima la riserva a poche evenienze, al freddo dell’inverno dopo il caldo di mani marchiate dalla fretta, alle paure di mostri notturni senza confini contro una ragazza debolmente inintaccabile, alle anime che si schiudono senza violarla, neppure a pagamento, anzi proprio per quello. Il marciapiede è lei, il marciapiede sono io, il marciapiede è la sua mano che sale le scale e appoggia un’ora di empatia ad un’anima che si sfila dal corpo, al suono di amicizia gratuita.
S’accoccola accanto, addosso a me, e poi s’alza al culmine di un tempo indefinito, nulla le abbisogna, come a me, nulla le manca. Nulla possiede. Ci osservano di sottecchi, sussurrano il peggio di se stessi, si risciacquano la coscienza con i biglietti di banca nuovi e lucchettano quella mezz’ora frodata alla propria ed altrui vita assieme a lei (comprando lei). E mi stringe la mano, s’alza, torna al penultimo piano sotto il paradiso. La prossima volta non scorderò di dirle che è bella, e che del cielo all’alba ha diritto di farsi specchio, finché durerà la notte ed il suo donarsi a pagamento, fragile menzogna di gente irrisolta, vent’anni e spenderli, sospesi per poco ancora, così.

Estratto da “Chiamami Johnny” – 2018

Il volo del gabbiano (estratti)

L’uomo si ferma, neppure si accorge della risacca che gli lambisce i piedi, acqua tiepida a sfiorare l’anima. Fissa il sole che, declinando verso l’orizzonte, si lascia guardare senza più abbagliare. Il tramonto, riflette, è il figlio di tutta la parabola del sole. Ma a volte le nubi lo velano ed oscurano mentre è ancora alto, l’astro, e lo spengono. Senza motivo né ragione, senza senso alcuno. (…)
Il sole scivola sempre più in basso verso la linea grigiazzurra e rimbalza sulle onde appena increspate, non è più una lama, ma un’idea di luce che si sfanta trillando senza emettere suono. (…)
Lo sguardo si allunga di nuovo in diagonale sopra il mare, il sole bacia la linea grigiazzurra, il vento si alza. (…)
La sabbia sì è fatta ancor più umida, quasi fredda. Il mare ha perso tutte le sfumature azzurre, le onde appena accennate viaggiano lente ed uniformi sulla tavola grigia. Il sole non esiste più, la parabola del tramonto è completa, l’aria odora già di crepuscolo.

(Io ricordo – estratto)

“Gli uomini non moriranno più. Ogni uomo: solo, unico, irripetibile”.
Il ricordo di parole scordate lo coccolò all’improvviso. Sole, vento, erba, orizzonte. Ed i fiori azzurri, il segno (il nome addirittura) del ricordo (io ricordo) e dell’inizio nuovo. Alzò lo sguardo, dovrei essere smarrito, spaurito, terrorizzato, e invece no, il contrario. Fuori dai miei confini, ma dentro un orizzonte che mi piace e mi fa bene. Lo guardò, azzardò l’ultima domanda: “Capita ogni tanto… ma da quando? Quando è iniziata questa storia? Quanti anni fa?”.
Quasi si pentì di averlo chiesto, solo quasi, mentre onde di reminiscenze di bimbo (o poco più) lo colmavano, immagini volanti di nonne inginocchiate che guardano in su, verso il cielo, verso un viso cui loro sorridevano, parole stranamente familiari (da che recessi d’anima?) sgorgate dall’orlo delle labbra e volate verso l’alto, la stanchezza si sciolse d’improvviso senza svanire. Una domanda, la mia, dalla soluzione così vicina da doverla evidentemente cercare in un giro lontano, se non l’ho vista camminare accanto a me ogni giorno, ed ho afferrato tutto tranne che lei. E adesso la porgo ad uno sconosciuto (sconosciuto?). Il sorriso della risposta si diluì nel flusso della brezza leggera, scivolò sui petali azzurri e sul loro nome (scelto e fissato proprio allora, in quel momento così particolare ed assoluto della piccola storia degli uomini, proprio in quel luogo scartato e secondario, e per questo basilare, proprio quella mattina anonima di un qualsiasi inizio di settimana), e giunse, misurato, a sfiorargli il viso, ancora pallido e freddo ma carezzato dall’erba nuova, mentre cercava con inutile fatica di rialzarsi e si arrendeva. Rimase ad ascoltare il breve fluire della voce, sempre leggera ed avvolgente, per un attimo indefinito e morbido, tempo fuori dal tempo. Riuscì a coglierne a malapena il sussurro, giusto quel tanto sufficiente a che le parole gli scendessero nell’anima, a rischiararla fino a colmarla, a placarne lo smarrimento con la loro illogica, assoluta assurdità tessuta in un altrove fatto presente.
“Quasi duemila…”.

Piccolo estratto

…sotto le mie suole spaccate dall’asfalto aggrumato che a volte prendo a calci, s’annida la misura del tempo di quando vuoi fare cose enormi e poi lasci scorrere un’ora alla volta, tanto dentro di te immagini che tempo ne resta ancora tanto, e ti anneghi nell’attesa e nella paura di non essere all’altezza, di fallire, e fallisci mentre lasci scorrere il tempo senza che nulla accada di quel che vuoi e sogni….

(Piccolo estratto da “Chiamami Johnny – 2018 – dedicata a S.G., che queste righe a suo tempo ha colto come affini alla sua anima (o di essa turbatrici), e di questo sempre la ringraziamo)