Julie

Il triangolo azzurro del cielo
tra le montagne sbiadisce
è sera;
e una ragazza bella davvero
mi sfiora, corre e piano svanisce
da sola.
E Julie ha gli occhi chiari
e prende il tram,
e nel diario tiene fiori e una foto
di James Dean.
E l’alba tara, in giorno non verrà,
e il tempo gira
gira e non mi troverà.

La luna resta bianca ed accesa
come le lampade al neon
è scuro;
e l’aria trasparente mi accusa
di star solo nel ritmo che va
impuro.
E Julie suona il piano
e dice che,
ama la vita il tempo ed il mio suono
senza un perché.
E l’alba fuori chissà come sarà,
e il tempo gira
gira e non mi troverà.

Il vento inciampa nei capelli
e suona un disco che non so
capire;
il tuo profilo ora sembra che balli
sopra quei giorni che non ho
da dire.
E Julie sogna per sé
e se ne va,
copia una scena senza prove per me
ma non lo sa.
E l’alba aspetta chi ora partirà,
e il tempo gira
gira e non mi troverà.


(Rovereto, ottobre 1988)

Estratto dal cap. 1 di “Chiamami Johnny”

Dal punto, precisamente indeterminato, inciso all’intersezione tra i tetti ed il cielo, presidiato solo dai gatti di nessuno che spendono giorni senza scopo a rincorrere finti raggi di sole ed iridi irreali fra le gocce della pioggia, esattamente da quel punto un mattino qualcuno più attento o più stranito degli altri sentì scendere un’ipotesi di musica, un eco di chitarra. Da principio credette d’ingannarsi, di immaginare, di indugiare ancora nei sogni; e però la melodia, morbidamente intensa, si fece man mano più reale, e prese a salire verso il cielo velato di azzurro impalpabile, ed a rimbalzare, frammentata, verso il basso. Le note si arrampicavano rapide su se stesse creando veloci sequenze, brevi acuti nervosi, vuoti di pausa, e poi ricominciavano daccapo a tessere la loro trama esile ma ininterrotta. Una dopo l’altra, iniziando dai piani posti più in alto, le finestre dei palazzi popolari si schiusero; la gente, ancora impastata ed inappagata dal sonno inquieto, salario insufficiente per una notte di scarso ed avaro riposo, cominciò ad affacciarsi vagamente stupita e blandamente curiosa (appena un gradino sopra la diffidenza) per cercare di (da) dove provenisse quella musica triste ma affascinante che nessuno ricordava di aver mai sentito in quei posti di fatica e malvivere, dove solamente le bestemmie sommesse e, spesso, le urla isteriche avevano diritto di cittadinanza. Nessuno però osava rompere lo strano incanto che si era creato azzardando domande alle quali, comunque, sembrava scontato non ci fosse chi poteva dare risposta se non per pura congettura; solo gli sguardi stupiti si incrociavano, lanciando da una finestra all’altra silenziosi interrogativi e, evenienza rara, sorrisi appena accennati ma reali, quasi al modo dei bambini colti sul fatto di qualche mediocre cattiva azione. Per tutto il giorno l’aria di quell’angolo quasi abusivo di città si colorò dei suoni e dei colori che mani invisibili strappavano dalle corde di una chitarra acustica ben occultata nei recessi più nascosti ed ignoti di uno dei freddi condomini o (non lo si capiva bene, nell’intreccio angosciante di muri e tetti) dei palazzi sconnessi di altra epoca che popolavano, alternandosi disordinatamente, quella periferia. Chissà quale, ci si interrogava, poteva essere quello giusto, tra i tanti costruiti o riadattati troppo in fretta e con troppa sciatteria per possedere la capacità di effondere un minimo di calore a chi li abitava. Le chiacchiere incrociate di casalinghe, pensionati, disoccupati, prima sommesse e diffidenti poi via via sempre più intense e quasi frenetiche, non trovarono altro argomento, nel lento ed opaco dipanarsi di quel giorno anonimamente consueto, per intrecciarsi sui pianerottoli, lungo le scale, al riparo malcerto dei portoni, sul marciapiede. Il pomeriggio si srotolò apatico e monotono come cento, mille, infiniti altri, scaldato dai primi tepori poco convinti di una primavera in ritardo, senza che nulla, apparentemente, si rivelasse fuori dall’ordinario. Ma bastava fermarsi un attimo e mettersi anche solo distrattamente in ascolto, ed ecco che quella sottile linea armonica ricompariva, sempre uguale e sempre nuova, quasi la colonna sonora senza pretese di un film deja vou dai fotogrammi sgranati in bianco e nero. La notte si impadronì dell’aria, scortata dai consueti rumori di fondo del quartiere, e la musica, ora ancor più evidente e quasi irriverente, si tramutò in serenata dolce, in ninna nanna discreta per la buonanotte dei suoi stupiti uditori. Sembrò quasi, lungo un breve intervallo di tempo, che il suono cercasse l’ambizione per crescere ancora di intensità e rifiutasse di spegnersi, per continuare a diffondersi, fluttuante a mezza strada tra l’asfalto ed i tetti, mescolato alla luce fissa e gelida dei neon che slargava dalle insegne e dai lampioni sbiaditi. Invece, dopo un ultimo acuto malinconicamente ironico, la chitarra tacque, lasciandosi dietro un vago senso di vuoto indistinto, una promessa indefinita per l’indomani ed una quantità di domande, comunque prive di risposta, sospese a mezz’aria tra la fantasia di quello strano giorno ed il cielo. Uno dopo l’altro gli ultimi mugugni si spensero in sincrono con le luci dietro i vetri delle camere da letto, schiacciati dal rumore delle tapparelle che, scorrendo fra strappi ed inceppamenti, sigillavano il film diurno e spalancavano, sul quartiere, il mondo parallelo della notte.

Le canzoni dello sfasciacarrozze

“Quella musica nata per strada / non morirà mai” cantavano mille anni fa i Matia Bazar. Non suoni famosi, acclamati, ma note grezze, ruvide, istintive. O anche raffinate, dolci, per carità, ma figlie di nessuno e inevitabilmente per tutti. Ritmi e svisate, l0impiortante era (ed è) lanciare melodie ed accordi dal  niente verso il niente e quindi della massima persistenza. Cinque ne cogliamo, fatti da anonimi o dimenticati, e come tali immortali nell’anima.