Alì Babà

E Alì Babà ora spiana il fucile
mentre ripone le sue belle idee,
e chiude gli occhi sopra un sogno al vinile
dimenticano aria, albe e maree.
E il cuore picchia lì sull’orlo del fiume,
passa un angelo e lo porta via;
il mio coraggio gioca al tiro alla fune,
in basso il buio al centro la nostalgia.
E fa più freddo
non è tempo di amore,
il piombo cola
l’acqua si asciugherà;
e io mi specchio
sulla curva del mare,
la notte è fonda
il cuore si fermerà.

E Alì Babà mi tiene forte le mani
parla di progresso vita e cultura,
punta lo sguardo verso porti lontani
ipotizzando un tempo senza paura.
Ma il cuore picchia sulla punta del lampo,
passa un’ora e non è più lì;
a ritroso sfoglio tutto il mio tempo,
non trovo giusto che finisca così.
E fa più freddo
non è giorno di amore,
il ferro preme
l’acqua si asciugherà;
ed io mi specchio
sulla curva del mare,
la notte è fonda
il cuore si fermerà.

E Alì Babà non trova più desideri
per aumentare quel che possiede già;
e i suoi compagni cambiano pensieri
il suo ricordo presto svanirà.
E il cuore dorme dietro un filo di luce,
immergendosi nell’oscurità;
le mie parole il vento le conduce,
a un altro giro, un’altra giostra, un’altra età.
E fa già freddo
non è tempo di amore,
la luna è grande
l’acqua si asciugherà;
ed io frantumo
l’innocenza del mare,
la notte è chiara
il cuore si fermerà.

(Rovereto, novembre 1988 – c’era una campagna elettorale anche quella volta…)

Ipotesi di irrealtà

La luce
abbaglia te e me;
ricuce
lo sforzo, il cliché.
La nebbia
s’insinua tra noi;
ingabbia
l’accento da eroi.

Ti prego
non fingere di più;
è vago
e il cielo non è blu.
Ti credo
non serve riparlare;
più nudo
non penso di potere.

E’ strano
in basso non si vola;
nel fumo
traspari più sola.
Ti amo
ho detto un tempo fa;
non siamo
ipotesi di irrealtà.

I fiumi
di scuse e di “cioè”;
alcuni
si lasciano, perché?
E’ tardi
non ti perdonerò;
non guardi
ti bacio e non lo so.

(Rovereto, marzo 1989)

Profili

E intanto che cade la notte
ti sento di nuovo vicina,
aspettami ch’è già mattina
addosso alle strade più fredde.
Ma non mi fermare le braccia
ti parlo e non sai più chi sono,
e l’ultimo stanco perdono
ti taglia in silenzio la faccia.

Andresti per me fino in cielo
rubando ai beati un sorriso,
ma stasera non c’è paradiso
per fingere che non sia vero.
La stanza non è un labirinto
e tu puoi fuggire davvero,
ma il fondo dell’anima è nero
nessuno può dirci chi ha vinto.

E gli occhi ti cercano gli occhi
e il buio disegna i profili,
le maschere legano i fili
del gelo che adesso tu tocchi.
E poche parole veloci
rincorrono il fiato sui muri,
e gli attimi, forse i più duri,
ricoprono brividi e voci.

Tu corri di già verso casa
tu corri in silenzio nel vento,
il dubbio mi cresce, lo sento,
da oggi qui manca qualcosa.
E forse domani è già stato
conosco i suoi sguardi impauriti,
i sogni non sono finiti
ma dentro qualcosa è spezzato.

E intanto che cade la notte
ti sento di nuovo vicina,
ma so che domani mattina
le strade saranno più strette.

(Padova, 4 febbraio 1986)

Ombre di tristezza

E forse sono solo
lampadine accese male
o lucciole distratte
in attesa di qualcosa
che magari non verrà,
che magari non verrà.

O mi prendono per mano
le stagioni meno amare
e percorrono leggere
le corsie delle autostrade
su nel cielo e dentro me,
su nel cielo e dentro me.

E di colpo mi risveglio
e riscopro l’innocenza
di una donna che sorride
e si scioglie nel pensiero
come acqua a primavera,
come acqua a primavera.

E si perde nel silenzio
la ragione che riflette
la paura d’imparare
sotto il cielo quanto amore
sta nell’anima con me,
sta nell’anima con me.

O magari dentro gli occhi
sono pallidi fantasmi
queste ombre di tristezza
nate insieme al tuo ricordo
in un angolo di me,
in un angolo di me.

E perplesso accendo il giorno
che riporta la mia vita
sui binari consumati
di paure già provate
solo poche lune fa,
solo poche lune fa.

E mi resta l’emozione
del mio volo contro il vuoto
innocente o troppo pieno
presunzione ed abbandono
che non sciolgono i perché,
che non sciolgono i perché.


(Padova, 7 giugno 1986)

Se davvero ti amo

E fra la notte e il cielo
girano i ricordi
e l’acqua spacca il ferro
e bagna nuovi porti,
mentre sibila il rumore
dalla nostra vita
un fiore dura un giorno
e l’alba è già finita:
ma non chiedermi più
se davvero ti amo,
e non chiedermi più
se ho bisogno di te.

E batte il passo della storia
sopra i marciapiedi
ti cade sulle spalle
eppure non ci credi,
e arriva autunno
par qualunque estate
pettinando sabbia sole
e conchiglie vuote:
ma non chiedermi più
se davvero ti amo,
e non chiedermi più
se ho bisogno di te.

E vola in alto
La tristezza e la sfortuna
brucia l’anima
e ricade sulla luna,
e l’incertezza
lascia il posto alle parole
solo quelle
che il coraggio vuole:
ma non chiedermi più
se davvero ti amo,
e non chiedermi più
se ho bisogno di te.

E l’innocente paga pegno
per chi ha sbagliato
e corre sopra il mare
corre dentro il vuoto,
e il cielo ha sguardi lunghi
come la stanchezza
e fa capire e non capire
come una ragazza:
ma non chiedermi più
se davvero ti amo,
e non chiedermi più
se ho bisogno di te.

(Padova, 24 aprile 1987)

(Testo composto sulla melodia di “Gli anni più importanti della nostra vita”, R. Facchinetti)