IL DIARIO (DICIANNOVE) (Ambientazione storica e socio-geografica: dal 40.000 A.C. (Europa centrale) – al 1994 D.C. (Rwanda), in 19 quadri distinti)

Pagine scritte o tramandate a voce, tu ripassa e medita la storia tracciata nel sangue da uomini grandi e piccoli, e inorridisci, se puoi e sai. L’amica in nero, quando sono le armi a decidere e spadroneggiare, vince sempre. Ombre di anime dannate perse nel vento, sorrisi forzati o imposti, artificiali comunque, urla a stridere ed echeggiare dappertutto, il fumo, il silenzio. Poi niente, niente che resti e per cui valga o sia mai valsa la pena.
Il diario dell’uomo che perde se stesso e troppi altri.

  1. Neanderthal / Cro Magnon (Europa Centrale 40.000 a.c.).
    Il bosco, il sentiero, la collina. Corri, scappa, vieni via! La roccia, i sassi, in su, in su, là loro non ci sono, corri. (No non posso, ho male, male, gli occhi bruciano, fa male dentro). Non fermarti, hanno quella cosa di pietra, il lupo urla, corri, corri! (Non basta, non basta, li sento dietro, gridano, ci vogliono, lasciami, vai tu). L’acqua, senti l’acqua che corre, e il sole va giù, la caverna, scappiamo, non ci vedono! (Basta, cado, lascia la mano, è notte, non vedo, non vedo, non vedo…). Alzati, alzati! Abbiamo ancora tempo, il sentiero porta dove loro non sanno, ascoltami, alzati, respira, corri!
    E il cielo si chiuse di colpo su entrambi, nero. La mazza di pietra ruppe la corsa, spense gli occhi, sciolse le mani. L’uomo più evoluto aveva imparato ad evolversi sulla fine dell’altro. Era iniziato il tempo nuovo.
  2. Soldato egiziano (Medio Oriente – Kadesh 1300 a.c.).
    Quanti carri, quanti fanti, quanti arcieri, forse tutto il mondo si è radunato qui per l’ultima battaglia. Tra il fiume e la sabbia il sole brilla sugli elmi, sul bronzo delle ruote, sulla punta delle lance e delle frecce, si spande e riluce dappertutto. I cavalli scalpitano agitati, tra poco attaccheremo, stringo le redini fra le mani, il mio scudiero trema accanto a me, ma ride, eccitato. Aspettiamo ancora, il dio Faraone sta in piedi, ritto dietro di noi, ci scruta attento, severo, ci guida, attendiamo solo il suo ordine per correre addosso agli uomini del nord, Ittiti si fanno chiamare, e massacrarli, finirli, diventare i più grandi su tutto il mondo. Che strano però, mi rendo conto solo adesso che non siamo in Egitto, e neppure a casa loro, abbiamo attraversato i villaggi e le città di chi vive qui, o viveva, forse ora non ne sono restati tanti, ma ci servivano cibo, e vino, e schiavi. Combattiamo sulla loro terra, per farla diventare nostra, ma non contro di loro. Loro non contano, non esistono. Gli Ittiti sono fermi, siamo fermi anche noi, il sole splende alto, il vento soffia forte dal fiume. Stringo gli occhi, mi giro, resto in ammirazione del Faraone. Sorride lievissimo, il suo sguardo scruta lontano, oltre la pianura ed oltre il tempo, come solo un dio osa fare, contempla già il nostro impero prendere il loro, restare l’unico, dominare. L’urlo si alza al cielo e rimbalza sulla sabbia, feroce, incito il cavallo, il carro schizza avanti, il sibilo delle frecce mi fischia appena sopra la testa. Rido, grido, so che vinciamo, loro scappano di già. Il fruscio dell’ultima freccia lacera il vento, si specchia nel fiume, ombreggia la sabbia. La punta, con il suo rapido brillio, mi penetra il petto, ha trovato lo spiraglio in mezzo all’armatura, tra il bronzo ed il cuoio. A guardarlo, steso con la schiena sulla sabbia, il cielo è meravigliosamente blu.
  3. Filippide (Grecia – Maratona 490 a.c.).
    “Soldato”. “Eccomi comandante”. “Abbiamo vinto!”. “Sì comandante”. “I Persiani sono scappati, si sono gettati in mare”. “Certo comandate”. “Atene ha sconfitto l’Impero di Dario. Atene è la più potente”. “Naturalmente comandante”. “Gli déi ci sono stati propizi, la nostra città è salva e comanderà sul mondo”. “Davvero comandante, davvero”. “Tu hai combattuto bene soldato, ti ho osservato”. “Grazie comandante”. “Tu sai anche correre veloce, soldato, lo so”. “Sì comandante, è vero”. “Mentre noi bruciamo sulle pire i nostri valorosi e gloriosi soldati morti, per aprire loro la strada dell’Ade, e buttiamo ai pesci i cadaveri dei Persiani, tu hai ancora un compito importante da eseguire, soldato”. “Sono pronto comandante”. “Gli Ateniesi devono sapere presto, molto presto, di questa straordinaria vittoria”. “Certo comandante”. “Corri ad Atene, soldato, corri all’Areopago ed annuncia quello che hai visto oggi”. “Parto immediatamente, comandante”. “Corri, soldato, corri. Fatti accompagnare dal sole e dal vento, dagli alberi lungo la strada, non fermarti, non dare ascolto a nessuno, corri ad Atene a gloria della nostra città, del nostro esercito, del nostro generale Milziade, a gloria della guerra vinta, degli dei immortali. Corri, soldato, porta la notizia e ordina a nome mio feste e giochi, e sacrifici a Zeus e a tutti gli dei dell’Olimpo, e libagioni ed offerte di ringraziamento. Corri, soldato, e annuncia che noi arriveremo presto, molto presto. Vittoriosi, la déa Nike ci ha assistiti, Atena ti accompagnerà. Corri, soldato”. “Corro, comandante”.
    Non trascorse il tempo nel cuore e negli occhi di Filippide, non vide nulla mentre lo spazio tra Maratona ed Atene si srotolava. Mentre il suo sguardo si annebbiava. Mentre la sua mente si spegneva. Mentre le sue gambe si svuotavano ma non si afflosciavano. Non si accorse neppure, il soldato, di essere arrivato ad Atene. Si fermò in mezzo all’Areopago, non percepì nulla, né i volti né le colonne, cadde fra le braccia di chissà chi. Ma l’ordine, quello doveva eseguirlo, lui soldato, lui fante, lui oplita. Lui, ateniese fiero, vincente, vittorioso, mentre le pire dei suoi compagni ardevano, mentre i cadaveri dei persiani sprofondavano in mare, mentre i generali festeggiavano. Lui doveva solo obbedire. “Vittoria”, mormorò, “nike”. E poi l’Ade ingoiò un soldato in più, a gloria di Atene, degli déi. Sulla soglia dell’antro Filippide si guardò attorno. Un soldato persiano, in piedi accanto a lui, gli sorrise. Aveva una ferita sul petto, proprio all’altezza del cuore.
  4. Soldato di Alessandro Magno (Asia centrale – Samarcanda 323 a.c.).
    E Samarcanda si svelò magica agli occhi dei soldati, la sera scendeva lenta e dorata dietro il profilo dei monti e sul piano del deserto, gridavano tutti, il cammino era concluso e compiuto. Dalla Macedonia all’Egitto, poi la Persia, l’India, adesso qui, e quante città ormai si chiamavano Alessandria, in onore del generale, del re, del più grande, dell’immenso, del greco che aveva conquistato il mondo intero, soggiogato popoli, ucciso sovrani, ed ora nel palazzo prendeva mogli e concubine, una due dieci, e beveva e festeggiava, tra grida musica e danze. E il soldato era sopravvissuto a cento battaglie e mille duelli, aveva inciso la sua pelle col sangue e col sudore, strappato il cuore e l’anima a così tanti uomini che ad un certo punto aveva smesso di contarli. E con gli altri ora ballava, e si ubriacava, e non cercava più con la mano veloce la spada e la lancia e l’armatura, si perdeva tra le braccia di una donna fra le tante prese come bottino. Il mondo è nostro, pensava, e così pensavano tutti attorno a lui, e Alessandro il greco regnerà su di noi per sempre, e andremo ancora più lontano di questa città dove si spande nell’aria una lingua incomprensibile, ma tutti ci obbediscono, l’impero si perde senza limiti da est ad ovest, da nord a sud, i confini li fissiamo e spostiamo noi di giorno in giorno.
    Ma in quella notte niente di tutto questo contava, si celebrava solo la grande festa, il generale nel palazzo, i soldati nelle strade di Samarcanda, uguali alle strade che avevano seminato di morti e mutilati e bambini soli. Il soldato gridava ancora, ballava. Accanto a lui lo scriba greco tracciava i suoi segni sulle tavolette e sui papiri, lasciava a chi sarebbe venuto dopo la testimonianza di una storia mai conosciuta né narrata sotto il cielo, questo impero di Alessandro non poteva più finire, in eterno. Tutti obbediscono, tutti servono, tutti muoiono se i soldati decidono che devono morire.
    Ma domani il soldato si sveglierà, e scoprirà che l’unico nuovo morto sarà Alessandro il generale, il re, il più grande, l’immenso, il greco che aveva creato l’impero senza confini ma, alla fine, perduto se stesso in una notte sola. Il soldato si guarderà le mani, la spada, l’armatura. Si siederà. La strada avrà solo sapore di polvere. Piangerà, ignorato da tutti.
  5. Legionario romano (Gallia 57 a.c.).
    Mille passi cadenzati al ritmo della legione, in sincronia perfetta, ed un cippo cresce ad ogni passo numero mille. Le strade di Roma si tracciano così, sul blocco rettangolare di pietra lo scalpellino incide SPQR, che tutti sappiano, che nessuno dubiti riguardo a chi comanda, in formazione o sciolti lungo i sassi e l’erba, sotto la pioggia o nella nebbia, col sole a picco e la neve alta, siamo Roma e Roma avanza, non si ferma mai, combatte e vince. Ai bordi del sentiero le capanne, i villaggi, piantiamo le insegne al centro di ognuno di essi, SPQR per tutti quelli che si sottomettono. Gli altri restano stesi accanto al cippo del passo mille, contorti nella morte del gladio o della lancia, pasto per belve ed uccelli notturni. Anche qualcuno di noi muore, eroi, il sepolcro li onora e ne perpetua ai posteri la memoria. E’ un privilegio marciare così vicino al triumviro, rizzare la tenda per la notte a poche braccia dalla sua, restare ad ammirarlo mentre, seduto accanto al fuoco (fa freddo qui quando scende il buio, non come sui nostri colli dove il vento soffia sempre tiepido), forse riflette su quale delle partes tres attaccare domani, forse detta allo scrivano una lettera per il Senato, forse lascia traccia eterna delle nostre conquiste sulla pergamena. Le stelle si mostrano brillanti, in questo cielo gallico, i fiumi scivolano ampi e lenti. Non mi giunge il dono del sonno, stasera, il vino scende dolce dentro di me mentre lucido l’elmo, raschio il fango dai calzari, rammendo il mantello (l’elvetico mi ha sfiorato con la punta della spada, prima di cadere e morire). Forse resterò qui quando avremo conquistato tutto fino al mare che mi dicono rumoreggia ad occidente e a nord, fino ai confini con le terre popolate dai barbari germani verso oriente. Mi piacciono queste pianure e queste colline, ed a Roma non mi rimane più niente e nessuno. Cesare ha promesso terra per tutti. In un villaggio troverò una donna gallica per me, o la comprerò, bionda e fiera come crescono qui. O con il sorriso, o con il gladio, o con i sesterzi, ad uno qualsiasi dei cippi di pietra rettangolare piantati al passo mille una donna gallica sarà mia, quando avremo conquistato tutto quello che ancora resta davanti ai calzari, fino all’ultimo passo numero mille.
  6. Soldato di Carlo Magno (Francia 800 d.c.).
    Oh Signore ti rendo grazie, che stanotte è Natale e tu sei nato e noi abbiamo vinto e i Saraceni non ci sono più. Oh Signore, ti rendo grazie che sono vivo e penso al mio Re, stanotte diventerà Imperatore dei Franchi e dei Germani e degli Italiani, la corona di ferro è forgiata, il Papa la poserà sul suo capo benedetto e santo, e noi saremo un popolo solo e un impero solo, come nei tempi antichi. Oh Signore, ti rendo grazie che abbiamo battuto e massacrato i Saraceni, che li abbiamo ributtati di là dei Pirenei, figli di un dio diverso e falso, Padre Nostro ascoltaci. Oh Signore, ti rendo grazie che il Re Imperatore ha promesso a noi, i suoi fedeli, terra e denaro, e una donna per vivere in pace i giorni che abbiamo ancora davanti, e anch’io avrò figli che lo serviranno e faranno fiorire l’Impero e lo difenderanno per sempre. Oh Signore, ti rendo grazie che le mie mani sono pure, lavate nel sangue degli infedeli Saraceni che ho ammazzato. Oh Signore, ti rendo grazie che stanotte è Natale e tu sei nato e noi abbiamo vinto, e d’ora in poi ci sarà solo il bene per noi e l’inferno per gli altri. Amen.
  7. Crociato cristiano e soldato saraceno (Gerusalemme 1099 d.c.).
    Dal mare sono arrivato fin qui, il vento soffiava da occidente, alle spalle, nelle vele, le onde sbattevano sulle murate.
    (Dal deserto sono arrivato fin qui, il vento soffiava da meridione, alle spalle, gonfio di sabbia fin sotto l’armatura).
    Gerusalemme si è mostrata maestosa sul monte, ho combattuto con gli altri per salirne le strade, calpestarne la polvere, inginocchiarmi al Santo Sepolcro.
    (Gerusalemme brillava nell’alba mentre combattevamo, sulla linea dell’orizzonte le strade scendevano al piano assieme a noi, sconfitti).
    Le case stanno bruciando, gli infedeli sono fuggiti, quelli che restano moriranno, anzi stanno morendo, la storia è nostra.
    (Le nostre case non ci sono più, le nostre donne non ci sono più, i nostri cavalli non ci sono più, le armi bruciano in mano mentre scappiamo, ci inseguono solo le urla dei moribondi).
    La Crociata è finita, i Luoghi Santi liberati, il Regno ricostruito. Niente cambierà più.
    (Torneremo).
  8. Soldato di Gengis Kahn (Mongolia 1210 d.c.).
    La cenere si va spegnendo, del fuoco resta quasi solo il ricordo, come i sogni che hanno popolato la notte appena diluita nell’alba. Le donne dentro la tenda stanno finendo di preparare le sacche con la carne secca per il viaggio, i cavalli sono pronti. Si va sulla strada che percorre il sole, verso il luogo dove scende per riposarsi. Si va a prendere altra terra, a combattere e vincere altra gente. Si va, e non sappiamo cosa troveremo, ma gli otri gonfi di latte ed i copricapo di pelo sono pronti, altro non ci serve. Gengis ci aspetta al margine dell’accampamento, pronto, emana forza, certezza. Anche la mia tribù gli ha giurato fedeltà, ed il sangue di quelli che hanno rifiutato di piegarsi si è già seccato nella terra arida che lo ha bevuto, irriga l’erba secca ed i cespugli di spine. Andiamo verso le terre degli uomini con gli occhi grandi, verso le loro città, verso il loro bestiame, le frecce nere schizzeranno dai nostri archi ed arriveranno prima di noi, per gli altri useremo la spada. Mio figlio ride, mi guarda e batte le mani mentre monto a cavallo. Presto ne avrà uno anche lui, i nuovi fuochi li accenderemo nei cortili dei palazzi, là nelle città che faremo nostre, domani.
  9. Soldato di ventura (Italia centrale 1390 d.c.).
    Polvere, marciare nella polvere è una maledizione, un inferno popolato di demoni inferociti, il sole spacca la testa, la arrostisce. Le canzonacce che gli altri ululano fanno schifo (“le armi, la guerra, noi siamo i più forti su tutta la terra”), rompono le orecchie, e sotto gli stracci che ho addosso scorre il sudore, e gli insetti immondi che mi camminano sulla pelle non scappano neanche per la puzza che il mio corpo sputa fuori. Non ho capito bene chi sia il Capitano che sta davanti, sicuro a cavallo e con l’elmo che splende al sole, come fa a respirare lì sotto non lo so davvero, ma sta dritto e fiero, mi ha convinto ieri al villaggio, parlava e prometteva ricchezze e gloria, ho rubato l’ascia a mio padre e sono scappato. Non ho capito neanche quanto mi pagherà, il Capitano, per combattere per lui, e chi paga lui per andare in giro a fare la guerra, ma va bene tutto pur di scampare la fame e la maledizione del mio villaggio. Vanno bene anche il caldo, e gli insetti, e l’ascia che mi sbatte sulla gamba mentre marcio, e le canzonacce le imparerò. Va bene anche il vino annacquato e aspro che bevono tutti, ogni tanto mi passano il fiasco. La strada è sempre più polverosa, ma sono contento, rido e cammino veloce e non perdo il passo. A mio padre non importerà niente di non trovarmi, un figlio di più o uno di meno non cambia, anzi no, che stupido, cambia perché il pastone della sera diventerà più abbondante anche per lui se non ne mangio io, e sarà contento per questo.
    Di colpo gli altri si fermano, il Capitano ha alzato il braccio, il palafreniere solleva lo stendardo. Tutti restano in silenzio, ansimano. Guardo dritto davanti a me mentre lui ci parla ed incita (“soldati, è l’ora della gloria!”), vedo i tetti delle capanne e delle case storte di un altro villaggio, assomiglia tanto al mio, tutto ondeggia davanti agli occhi nel velo del caldo che si alza dalla terra. Tirano fuori le spade, le mazze, gli scudi. Io tanto per non farmi deridere impugno l’ascia di mio padre. Il soldato che mi sta accanto mi guarda, sghignazza, mi tira un pungo nella schiena. Borbotta qualcosa in chissà che linguaggio, capisco solo che di quelle case possiamo fare quel che ci pare e piace. Forse mangerò meglio oggi, e magari troviamo anche donne. Il sole mi spacca la testa, grido mentre corro assieme agli altri contro gente che neanche so chi sia.
  10. Soldato Inca (Perù 1520 d.c.).
    L’ossidiana: come è utile, come taglia precisa, come si adatta bene alla mano. Un’amica, sempre pronta ad aiutarti, a capire il tuo pensiero, ad assecondarlo, a trasformarlo in azione. Ossidiana, ed ecco l’ascia, ossidiana, ed ecco il coltello, ossidiana, e basta anche solo una scheggia. Per rasare i lama, e si fanno i mantelli. Per affettare la carne, la frutta, e si placa la fame. Per camminare tranquillo lungo le strade di pietra, i sentieri ripidi al bordo delle montagne, e nessuno ti si avvicina per farti del male se scorge il contorno dell’ossidiana appesa alla cintura. La tavoletta coi fili annodati in una mano, numeri e messaggi, l’ossidiana nell’altra, il cielo sopra di me, la paura nascosta alle spalle, fra gli alberi, nel cuore. Però stavolta l’ossidiana non basta, gli stranieri venuti dal mare sputano fuoco, hanno gli animali che corrono, grandi lama eleganti. E vogliono l’oro. L’Inca è morto. Siamo in pochi. La ragazza si avvicina, mi stringe la mano, mi sorride, poi scoppia a piangere. Ho l’ordine di guidarli via dalle città morte, via dai morti delle città, via dalle donne violate. Via dall’uomo dalla pelle bianca e la barba nera, che rideva forte mentre tanti morivano per il fuoco dei suoi compagni. Che però ora non ride più, con l’ossidiana piantata nel cuore e nella schiena, steso sulla piazza, e noi saliamo verso il cielo, verso le vette, verso la città di pietra nascosta a tutti nella conca fra le montagne. Accarezzo l’ossidiana, mi giro, gli altri mi seguono, si fidano di me. Ho paura, ma il coltello di ossidiana è mio amico. Non ci troveranno più.
  11. Samurai (Tokio 1650 d.c.).
    Che pace, che silenzio. Dall’altra stanza i movimenti misurati e leggeri della geisha che mi sta preparando il the non disturbano i pensieri ed il fluire pacato dei ricordi. Ero bambino ed anche nel giardino di allora era piantato un ciliegio in fiore, come qui, la montagna scura a far da sfondo, il sorriso dolce e timoroso della mia mamma e lo sguardo fiero e severo di mio padre. Poi un giorno ho guardato il sole e ho capito che il mio destino era scritto, volevo diventare un Samurai. Come il pennello che traccia i segni neri sulla carta di riso chiara, come l’uccello che a primavera costruisce il nido, come la neve che termina il suo sciogliersi quando il ciliegio fiorisce. Così, naturalmente, senza alternative. Ora, qui, inginocchiato sulla stuoia, aspiro il profumo dolce ed intenso del the che la geisha ha preparato con arte e devozione e che mi sta per portare, tra un attimo la porta si aprirà, silenziosa. Ma ho davanti il messaggio che l’imperatore, mio Signore e dio, mi ha inviato, leggo di nuovo il mio disonore dopo tanti anni di fedele servizio, dopo tanti nemici uccisi, tante battaglie, tanti ordini eseguiti senza incertezze. Leggo e so che ha ragione. Come sempre. La finestra è socchiusa, avverto il fremito dei rami del ciliegio che si piegano appena al vento lieve, i fiori ridono. I passi della geisha, misurati e leggeri, si avvicinano, ne avverto il fruscio discreto dietro la parete di carta. Resto inginocchiato sulla stuoia, apro il kimono. La lama del mio onore è appoggiata a terra, davanti a me. Mi aspetta.
  12. Guerriero indigeno (Oceano Pacifico – Isola di Pasqua 1650 d.c.).
    Il mare ha il solito odore, appena salato e fresco di alghe nuove, non mi stanco mai di aspirarlo. Il vento me lo soffia addosso, passa su di me che sto qui seduto sulla riva, e poi si sparge nell’erba alta. La statua di pietra grossa mi fa ombra, pare sorridere, grigia, coi grandi occhi che puntano l’orizzonte lontano. Sono solo. Sarebbe bello sentire, come una volta, il rumore delle foglie, dei rami, e provare ad immaginare che ci siano ancora alberi. Ma no, non più. Qui sull’orlo di Rapa Nui guardo l’acqua correre veloce verso di me. Dietro, solo fumo. Rabbia. Morte. Sotto, le caverne. L’ultimo osso spolpato del mio nemico mi oscilla in mano, lo picchietto a ritmo per terra. La statua mi guarda. L’ho mangiato anche per lei. Il vento soffia, dal mare forse verrà qualcuno.
  13. Marinaio inglese (Trafalgar 1805 d.c.).
    Il cannoniere carica un’altra bordata, il fuochista servente al pezzo abbrucia la miccia, pochi attimi ed il ponte della nave francese è spazzato, gli alberi spezzati, si alzano le urla, i pezzi dei marinai esplodono dappertutto. Il sudore scorre dalla fronte sugli occhi, lo asciuga la manica della casacca a righe larghe orizzontali, blu. Lo sguardo serve libero ed attento, qui i colpi sibilano, il fumo acceca e soffoca, da quanto va avanti questo massacro, questo duello, questa storia sull’acqua di Spagna che a guardare fisso il cielo sembra quasi chiamare Inghilterra? Vedo le navi francesi affondare, una ad una, l’espressione stravolta e disperata dei soldati che gridano e maledicono sprofondando in acqua, oggi siamo più forti noi, il ponte beccheggia sotto i piedi, mi aggrappo ad una cima, ancora una cannonata, ancora una nave giù. “Vieni qui, marinaio”. Mi giro d’istinto, all’ordine, e corro, cosa può volere l’Ammiraglio da me? Cosa posso mai fare per un uomo così grande, così nobile, ritto in piedi sul ponte davanti alle sartie, col suo giubbotto rosso ed il tricorno in capo, lui che ci sta guidando a ributtare i francesi di Napoleone in mare, via dalla nostra terra? “Signore…”. Mi guarda. Sorride lieve. “Stiamo vincendo, marinaio”. Non rispondo. I suoi occhi sembrano velati, la voce opaca. Sul giubbotto rosso una macchia. Grande. Scura. Mi cade fra le braccia, pesante. “Portami sotto coperta, marinaio, ma sorreggimi, tienimi in piedi”. Nessuno fa caso a noi, tutti pensano solo a combattere, a babordo si torce ancora un’altra nave, affonda, la fiancata bucata da cento squarci. La sua bandiera è bianca, rossa e blu, gli stessi colori della nostra ma non è nostra. La nostra sventola sull’albero di maestra di tutte le navi, intatte.
    Un colpo di moschetto, casuale e sperso nell’aria, ecco cos’è stato ad aprire la macchia scura che si allarga ancora sul giubbotto rosso e non si arresta, Nelson sorride, sa di aver vinto. Per l’ultima volta. Taccio. Il fumo si spande sempre più in alto mentre imbocco la scaletta giù verso le brande, e appena arriviamo in fondo l’Ammiraglio sviene, si accartoccia a terra. Lo guardo. Chiamo il chirurgo, so che non servirà a niente. Dio salvi il Re.
  14. Guerriero Navajo (Arizona 1872 d.c.).
    La roccia sembra intagliata con il tomahawk, si staglia al cielo come un profilo di uomo, mi ha insegnato a riconoscerla mio padre quand’ero cucciolo, se qualcuno si perde nel deserto è semplice ritrovare il sentiero per il villaggio, seguendola. E’ un profilo duro, nobile, forte, forse il viso degli antenati assomigliava a quella roccia, quando lungo i sentieri di sassi camminavano verso i pascoli, cavalcavano verso i bisonti, quando alzavano lo sguardo verso il cielo, nelle notti chiare, per osservare ed ascoltare le stelle seduti fuori dal teepee e respirare il fuoco. Forse qualcosa di loro è rimasto nel mio profilo, anche la squaw me lo sussurra piano mentre stiamo abbracciati, stesi dopo l’amore. Mentre il coiote ulula alla luna ed il serpente a sonagli scivola silenzioso sulle pietre.
    La roccia ha il profilo di uomo, e l’uomo steso accanto a me ha il profilo della roccia, la guancia schiacciata sulla sabbia e l’occhio fisso al cielo, la freccia nella schiena, mio padre mi ha insegnato anche ad usare bene l’arco. Il suo cavallo mi guarda, pacifico, fiuta l’acqua lontana mentre il tramonto dipinge di rosso le mie mani e la sua criniera. Non so perché voleva uccidermi, perché mi seguiva da quando il sole era a metà del cielo, forse aveva visto le pietre gialle che raccoglievo nel fiume, forse gli spiriti cattivi gli avevano sconvolto la mente. Mastico la carne secca che ho trovato sotto la sella, apro la sua borraccia, un sorso di acqua di fuoco che mi restituisce la forza. Guardo di nuovo verso il tramonto, la nuvola di polvere sulla pista s’ingrandisce, si avvicina, densa, significa che i cavalli dei visi pallidi corrono veloci, dritti verso di me, e che sono tanti. Il profilo della roccia è uguale a quello dell’uomo morto ai miei piedi. Mi alzo, tra poco anche il mio viso avrà lo stesso profilo della roccia dura e fredda. Morta.
  15. Staffetta partigiana (Piemonte – Langhe 1944 d.c.).
    La nebbia cola giù da San Benedetto, passa sopra Mango, si accuccia a Rocchetta. Le squadracce nazifasciste si arrampicano da Alba e da Santo Stefano, si prendono in viso vento e pioggia a raffiche, ma non si fermano, salgono. Accerchiano. Rastrellano. Distruggono. Bruciano. Uccidono. Un paese dopo l’altro, una cascina dopo l’altra, una casa dopo l’altra. La ragazza (quasi donna ormai) è seduta in punta al sasso, sola, dal Bricco di Sant’Elena guarda giù le due valli dando le spalle alla chiesetta, lungo entrambe scorrono le stesse strisce di nebbia e di fumo, stirate in versi opposti, due grigi che non si fondono. La mano ravvia i capelli folti e neri, da quanto non riesco a lavarli e pettinarli, si chiede. I pantaloni sdruciti ed infangati, stoffa ruvida e scabra, gli scarponi coi buchi nelle suole, il maglione di lana grezza ed infeltrita. Proprio una bella donna, pensa di se stessa in un lampo di ironia triste. Ed ho neanche vent’anni. Tra la cintura e la pelle preme, ben infilato e rassicurante, il plico di documenti che dovrebbe consegnare. A chi, ormai? O sono morti o sono prigionieri, cioè peggio che morti. Devo tornare su, al comando dell’Alta Langa, decide, solo più questo posso fare. Ma non si muove. Segue ancora con lo sguardo i bozzoli più chiari della nebbia di fine novembre e quelli cupi del fumo degli incendi fascisti. Non piange, non servirebbe a niente e comunque non è nella sua natura, lei staffetta da quasi un anno, staffetta di un’idea istintiva. Un’idea che guarda lontano, a domani, anche se oggi di quell’idea restano solo nebbia e fumo. Sospira, piega la testa sulle ginocchia. In uno di quei paesini ci vivono (se sono ancora al mondo) i suoi genitori. Sospira nuovamente senza schiudere le labbra. Il tempo trascorre mentre niente passa né cambia, attorno a lei. Tutto uguale, un film feroce al rallentatore. Con una mano controlla ancora, macchinalmente e quasi per abitudine, che i documenti siano sicuri al loro posto. Alla fine si alza. La canna del mitra le si conficca senza preavviso nella schiena. Lei sbarra gli occhi, non respira più, quasi sorride. La raffica rimbalza tra il fondo oscuro delle due valli e la curva delle colline nascoste tra le nuvole e la nebbia.
  16. SS nazista (Berlino aprile 1945 d.c.).
    Mia adorata Helga, ti scrivo usando i pochi momenti che mi hanno concesso per riposare, qui nel bunker, mentre misuriamo un metro alla volta l’avanzata dei porci rossi. Non credo avrò la possibilità di rivederti ancora una volta, il mio sangue è del Fuhrer, tu lo sai, anche la mia anima, il mio cuore solo tuo ma ormai non conta. Pensa, sono riuscito a conservare la mia divisa nera ancora intatta, pulita e ben stirata, gli stivali lucidati a dovere, il berretto correttamente posato sulla testa con la visiera luccicante. Mentre scrivo mi arrivano, da due stanze più in là lungo il corridoio, le urla di un bastardo che ha provato a scappare, a disertare, a tradire, e che ora sente la giustizia del Fuhrer mordergli la carne. Mi costa fatica pensare che stiamo perdendo, che il nostro grande Reich domani forse non esisterà più, che la Germania muore, e noi con lei, per sempre. Da qualche giorno mi chiedo se dovrei conservare un ultimo colpo nella Luger per la mia testa, non voglio restare impotente mentre le bestie di Stalin mi prendono e mi portano via. Ma anche per questo chiederò ai capi. Io obbedisco. Ti amo e ti ammiro perché sei come me, anche tu hai sempre obbedito, ti sei immolata per la vittoria, ed amo quella tua H iniziale del nome, i miei due grandi punti fermi, sicuri, intoccabili, iniziano con la stessa lettera, un segno divino. Stamattina presto, mentre albeggiava e stavo di guardia qui fuori, ho sparato ad un’ombra che fuggiva per strada, non si sa mai, poi che fosse una donna, bionda come te, conta niente, l’importante è obbedire.
    C’è confusione, qui non si rispettano più alla lettera le regole che ci hanno fatti diventare grandi, mi disturba questo disordine, mi nausea. Non è quello che volevamo. Qualcuno grida il mio nome, devo tornare al combattimento, sento i colpi vicini dell’artiglieria. La corrente elettrica va e viene. Ripiego questo foglio, lo lascio in un cassetto della scrivania dentro questo triste ufficetto già mezzo abbandonato. Forse non lo leggerai mai, ci ritroveremo nel Paradiso degli Eroi, nel Walhalla. Ti amo Helga, addio. Heil Hitler.
  17. Marine USA (Vietnam 1968 d.c.).
    (Dal diario – ufficialmente andato perduto – del soldato scelto J.F. Perkins, dell’esercito degli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam, morto il 18 marzo 1969 all’ospedale militare di Saigon all’età di 22 anni per le conseguenze di ferite all’addome provocate da arma da taglio).
    …Nessuno di noi sa cosa fare. Nessuno sa tirar fuori dal proprio lurido cervello una qualsiasi fottuta idea che ci tolga da questo mare di merda nel quale quel maledetto bastardo fottuto del caporale ci ha cacciati. A mia madre si arriccerebbero le budella se mi sentisse parlare in questo modo. Io stesso mi faccio abbastanza schifo ogni tanto, specie se non ho la pancia piena di whisky. Una volta mi pare che ero un bravo ragazzo, non mi ricordo più bene, aiutavo le vecchiette ad attraversare la strada giù in Virginia e cantavo i Salmi in chiesa. Adesso sto nella merda e faccio di conseguenza, bevo, fumo erba, fotto infermiere (quando me la danno) e sbudello i musi gialli. E non me ne frega niente. Ho solo un chiodo fisso in testa: portare a casa la pelle, possibilmente senza troppi rammendi, e mandare a farsi fottere questa sporca guerra che mi hanno buttato sulle palle. Ma ho paura, Cristo, la fottuta paura di crepare in questa merda di deserto verde pieno di ombre gialle e di maledetti insetti grossi così, fango e fame e sonno e colonnelli rompicoglioni. Se almeno ogni tanto ci fosse un giorno di tregua, uno solo, per dormire in pace senza pensare che tra un minuto potresti parlare col creatore o con quello che ha perso le elezioni per la presidenza del paradiso. Un giorno solo, da passare giù a Saigon in qualche bordello in compagnia di una fichetta gialla come sono di moda in questo stupido angolo del mondo, sbattendosene dei comunisti e della loro maledetta guerriglia. Ma a quanto pare non si può. L’ha detto il presidente, andate e salvate la nostra civiltà dai rossi cattivi che vogliono buttarci la bomba atomica in testa, andate e tenete alto il glorioso nome della patria, stelle strisce e denaro, andate a prenderlo in culo che noi stiamo qui a ridervi alle spalle. Andate… andate a fare venti miglia nella foresta con 100 gradi di caldo e il 100% di umidità, cinquanta libbre di zaino e attrezzatura addosso, dietro ad un caporale pazzo invasato che a metà scopre di essersi perso la bussola e di non avere la benché minima idea di come tornare al campo senza che una pattuglia persa di diciannove disgraziati venga fatta a pezzetti dagli gnomi gialli vestiti di stracci col coltello fra i denti. Credo che i caporali siano dei raccomandati speciali in paradiso, sennò perché uno qualsiasi di noi non dovrebbe averli già ammazzati tutti dopo due giorni di guerra? Mio Dio, abbi pietà….
    (Dagli appunti dello psichiatra dott. H. Watley, docente all’Università del Missouri, studioso della psiche dei soldati americani reduci dal Vietnam).
    ….Dal diario del caporale Perkins emerge evidente, come da tanti altri in modo costante ed uniforme, il quadro psichico tipico del soldato medio americano durante la guerra in Vietnam. Le condizioni estreme di vita e sopravvivenza portavano gradualmente alla distruzione del substrato culturale impresso nella coscienza di quei ragazzi lungo tutta la loro vita precedente fin da bambini. Abituati a considerare l’onestà, la temperanza, il rispetto di se stessi e degli altri come valori assoluti, i soldati scoprivano ben presto che per sopravvivere in quella situazione erano necessarie “virtù” di tutt’altro genere. Da qui il proliferare, endemico di fatto, dell’alcolismo, delle droghe più o meno leggere, del furto, dell’insubordinazione sottotraccia, della menzogna come comportamenti normali, necessari e quasi positivi. L’allentamento progressivo dei legami affettivi con la madrepatria e con la famiglia contribuivano notevolmente ad accelerare il processo di decadenza ed abbruttimento morale in questi soggetti, portando dapprima all’insorgere di frustrazioni di ogni tipo (isolamento, sensi di colpa, sensazione di inferiorità e di impotenza, caduta dell’equilibrio interiore) e, in seguito, a veri e propri casi tipici di schizofrenia paranoica in tutte le innumerevoli espressioni di questa patologia conosciute dalla scienza medica (manie di persecuzione, aggressività esasperata contro se stessi e contro gli altri, perdita delle capacità cognitive e selettive della mente). Personalmente ho avuto occasione di esaminare una grande quantità di casi analoghi a quello del soldato Perkins di identica provenienza, e confermo che un numero molto alto di reduci della guerra in Vietnam non è riuscito a reinserirsi nella vita normale proprio a causa dello squilibrio psichico venutosi a creare nel loro subconscio in quel periodo tra ideali ricevuti come patrimonio culturale e personale da un lato e necessità di tenere un comportamento esattamente antitetico dall’altro per poter sopravvivere. Studi analoghi confermano, anche in altri conflitti, la stessa dinamica disumanizzante.
  18. Soldato israeliano (Libano – Sabra e Shatila 1982 d.c.).
    Sono entrati nel campo urlando e sghignazzando, con gli occhi furiosi e le armi in mano, e noi siamo rimasti a guardarli in silenzio, col mitra imbracciato e muto, l’elmetto bollente in testa, la divisa impeccabile e gli scarponi nuovi stretti ai piedi. Hanno strappato le porte dalle baracche, spaccato il legno, brandito le schegge e gli spuntoni come clave, e noi siamo rimasti a guardarli in silenzio, col mitra imbracciato e muto, l’elmetto bollente in testa, la divisa impeccabile e gli scarponi nuovi stretti ai piedi. Hanno gettato i bambini per strada, vestiti di stracci, coi capelli strappati, le guance rigate di lacrime e le urla disperate in gola, e li hanno infilzati con le baionette e i pugnali, e noi siamo rimasti a guardarli in silenzio, col mitra imbracciato e muto, l’elmetto bollente in testa, la divisa impeccabile e gli scarponi nuovi stretti ai piedi. Sono entrati nelle baracche, hanno strappato i vestiti dai corpi delle donne, le hanno violentate in tutti i modi possibili sghignazzando alle loro invocazioni di pietà, poi le hanno sgozzate piano, goccia a goccia, e noi siamo rimasti a guardarli in silenzio, col mitra imbracciato e muto, l’elmetto bollente in testa, la divisa impeccabile e gli scarponi nuovi stretti ai piedi. Hanno bruciato i piedi e le mani ai vecchi, ed hanno riso osservandoli morire mentre con le ultime grida maledicevano il cielo, e noi siamo rimasti a guardarli in silenzio, col mitra imbracciato e muto, l’elmetto bollente in testa, la divisa impeccabile e gli scarponi nuovi stretti ai piedi. Hanno abbattuto i muri, divelto i pavimenti, bruciato i tetti, incatenato gli uomini dentro i roghi, e noi siamo rimasti a guardarli in silenzio, col mitra imbracciato e muto, l’elmetto bollente in testa, la divisa impeccabile e gli scarponi nuovi stretti ai piedi. Sono andati via, dopo tre giorni, ed anche i topi intanto erano scappati, lasciando soltanto i cadaveri massacrati sotto il sole col tanfo della carne bruciata, e noi siamo rimasti a guardarli in silenzio, col mitra imbracciato e muto, l’elmetto bollente in testa, la divisa impeccabile e gli scarponi nuovi stretti ai piedi.
    Venerdì torno a Tel Aviv, ed è giorno di paga, lei mi aspetta.
  19. Bambino soldato (Rwanda 1994 d.c.).
    Il machete, mi hanno dato il machete! Mamma mia, mi batte il cuore, sono il primo tra i bambini ad avere il machete da usare, accidenti come pesa, il manico non mi sta nella mano, però con due ci riesco. Ma cresceranno, le mie mani, ho solo undici anni, gli altri ridono eccitati, invidiosi ovviamente, accarezzo la lama, sì, l’hanno affilata bene dopo che i grandi ieri l’hanno usata tanto contro i maledetti, i bastardi, gli altri che non siamo noi. Ed oggi tocca a me, mamma mia! C’è un bel sole, il cielo è chiaro, mi hanno dato anche il berretto verde, il comandante mi ha posato la mano sulla spalla, mi guarda dritto, serio e deciso, mi afferra la mano, la stringe forte, mi avvia verso il recinto, da dentro urlano, i maledetti, i bastardi, gli altri che non siamo noi. Mi sento grande grande grande, quasi come un uomo. Presto avrò un machete tutto mio se vedranno che so usare bene questo, lo ascolto mentre me lo promette, e l’orgoglio mi scoppia dentro il cuore. L’odore del sangue mi prende nel filo del vento. Mamma mia, che bello!
    Il lago taceva, monotono, piatto, immobile. Indifferente. Difficile per l’acqua torbida e densa, tinta di rosso cupo, srotolarsi in onde ed emettere suono, coperta com’era dai pezzi di uomini donne e bambini, smarrita tra cielo e terra, schiacciata sotto i cadaveri sventrati, le teste mozzate, le braccia divelte, le mani contorte. Il bambino camminava saltellando sulla riva, rideva felice facendo oscillare il machete nella sinistra mentre la destra stringeva la mano dell’uomo alto dal viso duro ed indifferente. Un filo d’acqua gli sfiorava i piedi, una piccola risacca che si faceva strada filtrando a fatica tra il groviglio dei corpi massacrati. Poca. Rossa. Cupa. Il sole scendeva, indifferente. Lontano. Rosso. Cupo.

5 luglio 2020 – Omaggio

Il respiro prima dell’ultimo giro di incontri stavolta fu brevissimo. Matematicamente giù fuori Belgio, Argentina, Austria e Spagna, restavano in otto per i quattro posti di semifinale. I bookmaker offrivano il Brasile stracciato 2 a 5, l’Italia buona solo per i sognatori 15 a 1. Continuava a fare un caldo assurdo in Spagna e dalle nostre parti. Il mio innamoramento diciottenne andava malissimo (come sempre quando non si è corrisposti) e per consolarmi leggevo per l’ennesima volta il capolavoro del Manzoni .
Chiusi il libro nel mezzo della peste meneghina del 1630 alle 17.05 di lunedì 5 luglio 1982 .
Crederci era bello, ancora per dieci minuti.
Dopo, una fetta dell’Italia (maggioranza assoluta larghissima) si rese conto di aver veleggiato molto molto in alto per 90’, dentro sfere emotive sconosciute . Dopo.
Durante, fu squassante, esaltante e devastante. A voler essere appena appena oggettivi, non c’erano speranze. Il Brasile era stellare, aveva innamorato tutti da subito. L’Italia piccolina, cresciuta giusto di un filo nella ripresa contro Maradona e compagni. Gli schemi e i piedi dei carioca funzionavano come il solito abusatissimo cronografo svizzero. I nostri balbettavano.
Ma crederci era bello. Ed incosciente. E l’incoscienza fu il terreno di coltura alle emozioni limpidissime di quell’incontro.

Gli strapiombi del Sarrià si pitturarono di gialloverde (brasiliani e, soprattutto, brasiliane) e di blu (italiani e, poche, italiane). Non di rado, come le immagini televisive prese da vicino e nel complessivo testimoniarono, le due tonalità si mescolarono, stettero, gioirono e si disperarono gomito a gomito, e non in senso metaforico, ma fisico. Ma nessuno, nessuno, ne ebbe anche solo un capello strappato, come le cronache si premurarono di riportare tra lo stupito ed il felice. Fu, credo, l’ultima volta che un incontro di calcio di quel livello e di quella tensione mise in scena il miracolo di due tifoserie caldissime ma affratellate. Il terreno fece da specchio alla tribuna: agonismo ma mai violenza, decisione ma lealtà. Tecnica e tattica in misure perfette da alchimista. Una combinazione astrale inimmaginabile ed ineguagliabile. Di tutte le sfide calcistiche cui ho assistito, la migliore in assoluto, quella che ricordo fin nelle sfumature . E che da allora, con la decadenza rovinosa del football, rimpiango e preservo come una reliquia.
Predicava Gianni Brera la necessità ineludibile di leggere ogni incontro di calcio sul piano tattico prima che su quello tecnico ed agonistico. Quella volta, col sudore a rivoli per il caldo e per l’orgasmo, riuscii nel miracolo di combinare istintivamente tutte le sfaccettature. I rispettivi piani strategici erano di per sé puerili. Di arrembare i verdeoro l’Italia non possedeva né mezzi né voglia. Viceversa, per i brasiliani difendere il pari (che li avrebbe portati in semifinale, non lo si dimentichi mai) sarebbe stata bestemmia vergognosa, e quindi impostarono, in nomi e schemi, la solita formazione d’attacco. Per gli azzurri, parata e risposta da copione, con Pablito confermato in centro all’attacco nonostante le quattro magre precedenti e contro il parere dell’universo mondo.

Per tre minuti le squadre si presero le misure senza sfiorarsi. Il Brasile, già ne aveva offerto qualche saggio, faticava talora ad ingranare, e quindi osservava sospettoso gli azzurri stando sul chi vive. Al 4° un’inzuccata di Rossi da buona posizione sballò malamente la porta. Sul rovesciamento, Oriali prese palla davanti alla nostra difesa e appoggiò sulla mediana – baricentro destro – per Conti, che da quella posizione faceva il regista aggiunto. Le telecamere spagnole indugiarono sul suo surplace impedendoci così di cogliere Cabrini che si fiondava lungo la fascia mancina come suo costume; quel che vedemmo fu quindi la morbida parabola che per 40 metri tracciava il binario al pallone, appunto da Conti a Cabrini, il quale dopo abilissimo stop alzò lo sguardo e corresse quasi al volo la traiettoria verso il cuore dell’area brasiliana. Tre secondi in tutto. Dal bordo destro dello schermo TV irruppe Paolo Rossi da Prato, libero come un fringuello di bosco, che in mezzo alle statue della difesa giunse puntualissimo a incapocciare, dritto nell’angolo a destra del marmoreo Valdir Perez, il goal della sua resurrezione. Geometria perfetta, mani al cielo, urlaccio, mia nonna già col patema per un potenziale infarto (mio). E sognare, a 85’ dal termine, diventava dolce.
Sì OK, tutto bellissimo, ma chi lo sapeva gestire ora quel vantaggio per un tempo così sterminato? La domanda, senza risposta, si specchiava nel lucido degli occhiali neri impenetrabili di Bearzot, impietosamente colto dalla regia a boccheggiare stile trota nella camera di tortura della sua panchina. Il Brasile, ovviamente, non si scompose. Sapeva fin troppo bene di essere privo di portiere serio e con una difesa allegramente composta da mancati centrocampisti e come tale sempre sbilanciata in avanti. Lo sapeva e, conseguentemente, pensava ad attaccare per farne uno in più di quelli che prendeva. Provò a sfondare al centro utilizzando Serginho, ma Collovati gli stava due spanne sopra. Allora, e correva appena il 12°, diede carta bianca ai suoi geni. Falcao, trequarti destra, toccò per Socrates. Sponda istantanea di Zico in limite d’area, triangolo conseguente sullo stesso Socrates che da 7 metri fulminò Zoff mettendolo a sedere e piazzando la palla a fil di palo in diagonale da destra. La difesa? E provateci voi a fermare gli artisti ispirati. A 78’ dal termine non si sognava più.

Cominciò a quel punto una situazione strana e particolare. Il Brasile, come nei precedenti incontri, continuò a pressare per chiudere in fretta i conti, ma di entrare nell’area azzurra non se ne parlava. Pensò allora di prenderla da lontano, affidando a Junior, Oscar e Leandro – linea, più o meno, difensiva – il compito di costruire per vie arretrate, possibilmente attirando i nostri centrocampisti per poi folgorarli sul veloce. Ma in questo ben piano tattico non si erano accorti (casi della vita…) che Pablito Paolo Rossi da Prato era improvvisamente tornato il genio d’Argentina. E neppure noi ce n’eravamo resi conto, al di là del goal. Nessuno, per la verità. Fino al 24’. Quando sfondò per la seconda volta il lato destro del teleschermo, artigliò di rapina la palla che vagava per linee orizzontali sulla trequarti tra Junior e Leandro (appunto), li lasciò sul posto, persi tra la sorpresa e la velocità doppia innescata dal centravanti azzurro, toccò la linea magica dell’area e – per dirla con De Gregori – tirò senza guardare sul palo vicino. Valdir Perez si tuffò solo pro forma.
Sul 2-1 cominciammo a farci venire la bocca buona mescolata a tachicardia incipiente, nonostante mancasse ben un tempo e mezzo al triplice fischio di Klein. Era la prima volta in quel torneo che il Brasile tornava sotto dopo aver impattato lo svantaggio iniziale. Freud ci si sarebbe divertito con lo sguardo smarrito di Falcao e compagnia. Lo shock durò tutto il resto della prima frazione. Durante il quale solo Eder ci provò, sparando punizioni e sventole da fuori area, non di rado in corsa, col suo sinistro abnorme. Senza esito, salva una traversa appena scheggiata. Al 35° Collovati si svirgolò una caviglia, e picchiando in terra il pugno per il disappunto fu costretto a lasciare. E qui Bearzot si dimostrò davvero immenso conoscitore di calcio e di uomini. S’era portato nei 22, per motivi ai più ignoti, un ragazzino diciottenne lombardo di maglia nerazzurra a nome Bergomi, e lo buttò nella mischia più difficile che si possa immaginare, lui che gettoni azzurri non ne vantava e di partite in serie A poche da piangere. Coi suoi baffetti, buoni a sviare i dati dell’anagrafe, il Beppe si piazzò su Serginho e lo cancellò. Il tempo si chiuse. Gentile s’era divertito a far uscire matto Zico, Conti e Antognoni giganteggiavano in mediana. E Rossi – ah, genio e follia italica – aveva conseguito a pieni voti la tessera del ristretto club di chi può vantare una doppietta nella porta del Brasile.

A mia nonna s’era intanto aggiunta una zia, sempre per controllare sottotraccia l’evoluzione della mia psiche. Il caldo, in Spagna ed in Italia, era a quel punto simile al caramello fuso. Ed anche per questo sognare era dolcissimo.
Dei primi 26 minuti della ripresa ricordo la voce sempre più concitata e strozzata di Nando Martellini, che probabilmente in quel momento avrebbe lavorato anche gratis alla faccia dello sciopero; le urla sempre più alte di Zoff per richiamare all’ordine la difesa; lo sguardo sempre più folle di Falcao sulle rimesse laterali (dove si beccava il primo piano dal cameraman in lungolinea) e di Eder sui corner (calciati sempre previa distruzione dei cartelli pubblicitari). E la bocca, traccheggiante semiaperta e sempre più impastata di Bearzot, implacabile bersaglio degli iberici in regia.
Non sapeva più che fare, il grande Brasile, in un crescendo emotivo da morire, e noi, noi sì che ora ci credevamo, noi sì che si poteva urlare Italia Italia con orgoglio, senza barricate, al cospetto di una tattica perfetta, il cuore al top, la miscela di tutti gli elementi dell’impresa dosata alla perfezione. Noi sì che….
Noi sì che ci rimanemmo come i cretini, al vedere Falcao, smarcatissimo, cincischiare sulla linea della nostra area di rigore (ma che ci faceva così avanti???), tutto spostato a destra, alzare gli occhi, accorgersi di un minimo spostamento di Scirea in centro area, minimo ma bastante a liberargli il canale diagonale verso la porta, e tutti alla TV lo vedemmo istantaneamente, e ci fu dato il tempo infinitesimale per gridare NO!, noi che di Falcao avevamo imparato, in due anni di serie A, ad apprezzare anche la balistica. E il divino fece due passettini, e il suo destro riuscì bellissimo, dritto nell’angolo opposto a mezza altezza, ché Zoff poté solo allungarsi per niente, e poi saltare in piedi a sacramentare contro il buco che gli si era aperto davanti, mentre Falcao e soci perdevano ogni remora e aplomb, e correvano a far gesti quasi da gay fino in panchina.
E qualcuno dica che ci credeva ancora, a quel punto, coi sogni sfasciati per terra davanti a divani e poltrone. Un minuto più tardi Eder si trovò solissimo davanti a Zoff, lanciato in corsa di contropiede, ma si fece respingere dal Capitano la conclusione. Non c’erano proprio più motivi per crederci ancora, neanche a crearli dal nulla.

Correva il 29° quando i nostri, sul rovesciamento, conquistarono un corner. Batté Conti un parabolone senza sugo, spazzato di testa dai difensori. Sul limite d’area Tardelli si piegò goffamente per colpire in mezza girata volante di sinistro (1 probabilità su 1000 anche solo di azzeccare lo specchio della porta, figuriamoci mettere dentro), e svirgolò vergognosamente. Ma la dea che presiede il calcio prese per mano la sfera trottoloide, la fece scivolare tra cento gambe, e la approdò appena prima dell’area piccola. E qui, criminalmente lasciato solo dai difensori, follemente ispirato dal genio dei rapinatori, Paolo Rossi da Prato si piegò sulla gamba sinistra, e col collo pieno della destra colpì, colpì il pallone e colpì la rete dietro le spalle del solito Valdir Perez immobile, colpì il cuore dei tifosi brasiliani e colpì la nostra mente ed anima con un lampo folgorante, e in una frazione di secondo ficcò dentro il 3-2. Ebbe l’ardire, un carioca, di alzare il braccio a chiedere l’offside. Ma il suo sguardo incrociò quello del proprio portiere, che gli fece sapere, telepaticamente, che era proprio lui a tenere in gioco tutti quanti, stando dritto a due passi dal palo.
A 15’ dalla fine il sogno tornò a materializzarsi, dopo essere apparso e svanito tre volte come la chimera. Ora no, ora non più, pensammo tutti. Ora una partita così si può e deve solo vincere, e mentre ce lo ripetevamo a vicenda tipo mantra coi rivoli di sudore sulla fronte, sapevamo benissimo che si poteva giocare dieci volte contro quel Brasile, e sempre avremmo perso, ma quel giorno no.
E i carioca tornarono all’attacco, urlando di rabbia e paura, con furia. Bearzot si ritrovò Tardelli sfasciato e lo sostituì con la roccia Marini a far muro sulla trequarti, con le buone o con le cattive, a scelta. Gentile aumentò le cure su Zico e venne bollato di giallo. Fu arrembaggio.
35°: da morire, quando l’epos prende alla gola e porta via. Antognoni lanciò al bacio Rossi, e Rossi fuggì, entrò in area, tirò da dieci metri e sbagliò la porta.
38°: rotto l’assedio dei brasiliani, toccò a Conti lanciare Rossi, e Rossi fuggì di nuovo, e nel cuore dell’area si preparò al 4-2. Junior, da dietro, lo mise orizzontale. Ma Klein, peraltro ottimo arbitro, voleva evidentemente godersi l’epos pure lui, e non fischiò, rubando un rigore sacrosanto.
41°: Oriali in area verdeoro, sulla destra, e non tira, e perché non tira ci chiediamo, passa ad Antognoni che di piatto mette dentro. Goal. 4-2. Ed io che cado sulle ginocchia, e mia nonna che salta in piedi terrificata, e Klein vile che annulla per un fuorigioco da geometri finissimi, vituperato in bella maniera anche da quell’uomo equilibratissimo che rispondeva al nome di Nando Martellini.

Tre occasioni così, e ti viene l’angoscia, il groppo in gola, il terrore che il destino stia per accoltellarti alla schiena dopo averti illuso alla grande e crudelmente. La follia era nell’aria, quella che, mi si perdoni, solo lo sport a questi livelli ed in questa combinazione di eventi sa mettere in scena. Al 46° il Brasile conquistò una punizione sulla trequarti, vertice sinistro dell’area di rigore. Nessuno, Martellini in testa, respirava più. Eder, con la bava alla bocca, calciò dritto e teso, e tagliò fuori magistralmente tutti i saltatori azzurri. Come una feroce e inumana replica del primo goal di Pablito, Oscar arrivò in corsa da destra, sfondando il bordo del televisore, e da 6-7 metri inzuccò a schiacciare con la violenza della disperazione e la tecnica del grandissimo (quale era). Il cuore si fermò istantaneamente (forse meno). A 40 anni compiuti, Zoff fece un balzo prodigioso, vide la traiettoria del pallone un istante (forse meno) prima del fatale, lo artigliò in volo, lo portò a terra mentre cadeva dal tuffo. Gli sfuggì, passò sotto il guanto sinistro, ballonzolò verso la linea di porta, cioè del goal del pareggio definitivo. Ma il guanto destro fermò la palla tre (forse meno) centimetri prima. Invano le mani carioca scattarono in aria a chiedere una rete inesistente. Invano i campionissimi geniali si lanciarono nell’ultimo assalto, esaurito con un gioco pericoloso in piena area ai danni di Cabrini.
Invano tutto. Italia – Brasile 3-2, Italia in semifinale, Brasile fuori. Bookmaker in lacrime , mezza nazione italica in piazza a far follie di ogni tipo, a guardare in faccia la vita dura e a gioire (impazzire è più corretto) per il nulla, un pezzo di cuoio pieno di aria che cambia i colori del mondo.
Difficile, quasi impossibile far ordine nel guazzabuglio della memoria e delle emozioni per distillarne un minimo di razionalità. L’Italia vinse tatticamente, sfruttando l’arroganza sottotraccia del Brasile, che ci concesse troppi varchi quando poteva vivere di rendita sul pareggio. Ma anche a livello individuale gli azzurri brillarono. Il centrocampo in particolare seppe far da elastico alla grande, coprendo benissimo la difesa (Tardelli e Oriali) e imbeccando con regolarità e precisione le punte (Conti e Antognoni). Sulla difesa, solo lodi da versare a piene mani, e senza macchie di violenza.
Ma, su tutti, il folletto Paolo Rossi da Prato, morto e sepolto nel calcio scommesse, riesumato da Bearzot tra le polemiche, vituperato da critica e popolo per quattro comparsate (dalla Polonia all’Argentina) impalpabili e umilianti, e incredibilmente riesploso a gloria assoluta con una tripletta di spessore tecnico enorme. Italia Italia per la nostra follia, per scordare l’inflazione al 20%, per inventarsi e trovarsi in un sogno pulitissimo fatto di tasselli che vanno tutti al loro posto senza sbavature di sorta, dentro una realtà che – lo si avvertiva sulla pelle – era già leggenda mentre la vivevamo. Una di quella combinazioni astrali che, quando va di lusso, si avverano una sola volta nella vita (sennò zero), e toccava proprio a noi!
La mattina dopo, già alle ottoemmezza era impossibile trovare una copia della Gazzetta, e ripiegai sull’Adige dove Carlo Giordani evocò addirittura la letteratura classica (Guicciardini) per celebrare l’accaduto .

(un estratto di un ricordo più lungo, un omaggio a Pablito, che oggi è stato convocato su un altro campo…)